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Paul Chauffour

di Massimo Valente

Quando e dove sei nato?

P.C. Sono nato molto tempo fa, nel 1940 in Algeria. Sono un “piede nero”, così venivamo chiamati noi francesi. Ciò non mi ha impedito di fare la guerra in Algeria, sono anche un anziano combattente.

Come hai conosciuto l'osteopatia?
P.C. Ritenevo di avere delle carenze in fisioterapia, ma all’epoca l’osteopatia non esisteva ancora; c’era qualcosa di molto superficiale che veniva insegnato a Parigi, presso la scuola che ho frequentato e che successivamente si è spostata a Londra.
La prima promozione mi fu consegnata nel 1964 dall’Ecole Française d’Ostéopathie, poi divenuta l’European School of Osteopathy di Maidston, la più importante promozione per tutta l’Europa; eravamo nove ed io ero il più giovane del gruppo.

Chi sono stati i tuoi maestri e chi puoi considerare tale?
P.C. Thomas Dummer mi ha molto segnato, in particolare il suo personale concetto filosofico dell’osteopatia. E’ stato il mio maestro pensante, e mi ha fornito una visione olistica dell’osteopatia. E’ diventato poi anche un amico ed ha influenzato la mia vita in modo particolare. Riserbo per lui molta stima. Ritengo miei maestri anche Paul Geny, osteopata francese, di Parigi, scomparso da molti anni, e il chiropratico Barbur.

Racconta un momento importante e significativo della tua carriera di osteopata.
P.C. Mi sono diplomato molto presto nel ’71, eravamo in pochi, solo quattro.
Subito dopo abbiamo creato un’associazione, è stata la prima in Francia ed tutt’ora esistente con il nome di “Syndacat Francais des Ostépathes”. Sono stato il presidente fondatore e questa carica mi ha stancato parecchio perchè non sono mentalmente ferrato per le cose amministrative, la fortuna è stata avere nel gruppo gente attiva che ha fatto progredire in Francia l’osteopatia.
Io sono stato il presidente, ma i veri pionieri sono i miei amici. Già in partenza abbiamo dovuto scegliere il futuro orientamento professionale. Avevamo tre possibilità e visto che eravamo fisioterapisti dovevamo scegliere se rimanere tali, o divenire fisioterapeuti osteopati, o osteopati e basta. Era il gennaio del 1973, eravamo in quattro e decidemmo di definirci solo come osteopati, e di fare di tutto sul piano politico - professionale per ottenere uno statuto giuridico simile a quello che regolava la professione dei chirurghi e dei dentisti.
Ritengo che sia stata un'importante iniziativa, decidere da quel momento di essere osteopati, nient’altro.
L’osteopatia si è così sviluppata in Europa, dalla Francia al Belgio, i primi due paesi europei dopo l’Inghilterra. Si è progrediti molto a livello europeo conservando sempre il pensiero iniziale, quello di essere osteopati, e basta.
Attualmente continuo ad essere solo un osteopata, e do il massimo senza usare altre tecniche se non l’osteopatia. Al contrario penso che l’osteopata debba avere cultura anche medica, conoscere l’omeopatia, la medicina cinese, la fitoterapia, l’allopatia ma non la pratica. Poiché per me l’osteopatia basta a sé stessa. Ho avuto molte opportunità nella mia vita e credo che i miei miglioramenti siano stati favoriti anche dall’essere divenuto un’insegnante.
Quando si è in tale condizione si è obbligati a fare molte cose e dunque si è costretti ad andare avanti e a migliorarsi. Ho avuto la fortuna di insegnare dal 1975. .

Quali sono le tue passioni?
P.C. Indipendentemente dalla famiglia che è la base della mia vita, come ben spero per voi, la mia prima passione è trattare la gente, perché sento che è la mia vocazione. La seconda è l’insegnamento, che mi piace e spero che chi mi conosce abbia potuto rendersene conto. Mi piace trasmettere, comunicare ciò che so, totalmente.

L’Osteopatia ti deve molto e il tuo contributo alla ricerca e alla pratica osteopatia è indiscusso. Dov’eri e con chi eri 25 anni fa quando hai cominciato a scoprire le basi di ciò che è divenuto il ”Mechanical Link”?
P.C. Ero solo, ma all’epoca mi riunivo in Alsazia con altri colleghi e ricordo che ciò che mi faceva arrabbiare era il continuo parlare solo ed esclusivamente di medicina cinese. Ero furioso nonostante il grande rispetto per essa, ma ero un'osteopata e volevo utilizzare solo l’osteopatia. Man mano che sviluppavo il “mechanical link” provavo a parlarne, ma non ha mai interessato nessuno. Poi mentre insegnavo nella Facoltà di Medicina di Bobigny, presso Parigi, ho incontrato un medico che si interessò molto al mio modo di lavorare insieme abbiamo scritto un libro, “Le Lien Mécanique Ostéopatique”. E’ stato il punto di partenza dal quale abbiamo creato tutto ciò che insegno. E così con il dottore Jean Marie Gilleu ho cominciato ad insegnarlo, prima in Francia, poi negli Stati Uniti (dove insegno tutt’ora) e in vari Paesi nel mondo, Europa compresa. Ho questo privilegio, far conoscere Lien Mécanique Ostéopatique nei paesi del mondo.

Vuoi parlarci della tecnica originale specifica del “recoil”?
P.C. E’ una manipolazione! E’ 100 per cento tecnica strutturale. E’ un’estensione del Togoll-Rekoill dei chiropratici, diminuito considerevolmente nella forza e nell’intensità e prediligendo la velocità di correzione ed esecuzione.
Il recoil è uno stato talmente leggero di pressione che sono solito definirlo “un soffio che passa sulla struttura”. E’ molto leggero ma sufficiente a provocare un riflesso; adesso il recoil è molto più sofisticato, visto che ci sono 4 fasi principali e anche delle fasi annesse che permettono di percepire delle informazioni particolari, per esempio delle informazioni emozionali, e somato – emozionali. La caratteristica è l’altissima velocità che ci permette di diminuire al massimo la potenza del gesto.

Che ne pensi della ricerca in campo osteopatico? Quali strade sono ancora da approfondire o da scoprire?
P.C. Penso che tutto in osteopatia sia ancora da scoprire.
I campi di esplorazione sono immensi, e nonostante ci siano delle equipe che potrebbero svolgere delle ricerche fondamentali, non ci soni i mezzi e i fondi.
Inoltre non bisogna confondere la Ricerca con la “ricerca clinica” che quasi tutte le scuole fanno e che indaga al massimo le lesioni che potremmo incontrare per le sciatiche o le cefalee; la ricerca fondamentale, la spiegazione razionale delle cose sta iniziando soltanto adesso.
Faccio parte di un’associazione di studio a S. Pietroburgo presso l’Università Pavlov, e qui abbiamo l’opportunità di fare della ricerca con gli scienziati di questa università e dunque di cercare al di là della struttura. Sono il vice presidente di quest’ associazione, intervengo come clinico, non come ricercatore. Nutriamo molte speranze su questa associazione, perché può fare cose molto interessanti con pochi mezzi ed i Russi, come dicono, sono capaci di “far volare i missili riparandoli col fil di ferro”. E’ una metafora che fa capire che anche con piccoli mezzi possiamo essere in grado di fare molto. In questo momento credo sia la Russia la nazione in grado di far avanzare e progredire l’Osteopatia, perché ha la capacità di far ricerca, e questo è fondamentale. E’ questa la loro ambizione.

Che condizioni devono esserci per far riconoscere a livello accademico e professionale l’Osteopatia?
P.C. Da parte delle scuole ci vuole una formazione rigorosa, e un corpo docente composto da esperti nei vari campi medici e da insegnati osteopati che insegnano Osteopatia. Bisogna stare molto attenti a non svendere gli insegnamenti osteopatici, perché dopo 30-40 anni di sforzi, rischiano di perdersi e sprofondare. E’ ovvio che il futuro dell’osteopatia è nelle scuole, che devono fare il più possibile per farla migliorare e progredire.

Ci sono dei limiti nell’Osteopatia?
P.C. Non c’è limite finché ci occupiamo della parte funzionale delle patologie. Per me il 100 per cento delle consultazioni sono compatibili col nostro mestiere, naturalmente nei limiti delle nostre competenze. Nelle malattie funzionali, l’80 per cento delle consultazioni che abbiamo, possono essere risolte con le capacità dell’osteopatia; quando però abbiamo a che fare con delle patologie che sono degenerative o neurologiche è ovvio che non faremo trattamento ma ci occuperemo solo della funzionalità della malattia.

Possiamo dire che sua moglie è una famosa osteopata, come fate a conciliare la vita da osteopati con la vita di ogni giorno? Comunicate solo via e-mail, etc?
P.C. Ci lasciamo dei messaggi in cucina!
Facciamo le stesso lavoro, ma spesso lei lavora su alcuni aspetti ed io su altri. E’ bello quando possiamo stare insieme dandoci forza a vicenda. Ho imparto tuttavia che è fondamentale rispettare l’altra persona quando deve lavorare per un libro, per un articolo, o per preparare una lezione.
Ci riesco sempre? Assolutamente no.

Come sei arrivato ad insegnare in Italia?
P.C. E’ stato il mio amico, Alessandro Rapisarda D.O., che mi ha invitato qui attraverso il mio amico Jean Pierre Barral. Io ho accettato volentieri e così sono diventato un “pensionato” della sua scuola ESOMM. Mi sento molto bene qui, come un ragazzo del paese. In fondo Francia, Italia e Spagna sono molto vicine tra di loro. Qui ho conosciuto Antonio Rufino D.O. che è mio assistente a livello italiano.

Quale domanda volevi che ti ponessi e che non ti ho fatto?
P.C. E’ una buona intervista, ma forse non mi hai chiesto della gioia e dell’entusiasmo nel praticare il nostro mestiere. Lo ripeto, è un privilegio lavorare a livello osteopatico e rappresenta tutta la mia vita, la mia felicità e spero di continuare a farlo per molti anni.

Ti auguro di superare Viola Frymann

Massimo Valente
28 Maggio 2010


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