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Comunicare la malattia "pesando" le parole. Ecco cosa c'entrano i gemelli con il teratoma

Martedì 26 Ottobre 2010#12:03 | pubblicato da: Massimo Valente | nessun commento

Un teratoma (cisti benigna) comunicato al paziente con la parola “tumore” è solo uno dei casi in cui una parola usata impropriamente può causare traumi facilmente evitabili.

Una parola può ferire più di un’arma, per questo è determinante il modo in cui si comunica una malattia.
Il teratoma non è una malattia.
Un’altissima percentuale di gravidanze sono gemellari ma, nella maggior parte dei casi solo uno degli embrioni sopravvive e riesce a giungere alla nascita. Vi chiederete cosa c’entrano i gemelli con i teratomi e, invece, la spiegazione è proprio da ritrovare nelle gravidanze gemellari. Durante la gravidanza, infatti, l’ovulo si impianta sull’utero; se gli ovuli sono due, si impiantano in due diversi punti dell’utero. Nel caso in cui uno dei sue ovuli non proceda nella crescita, quello che sopravvive tenderà pian piano ad occupare quello spazio, inglobando l’altro embrione. I resti dell’embrione interrotto diventano quelle che alcuni impropriamente chiamano cisti dermoidi o ancora peggio tumore benigno.

E’ il caso di F., una donna alla quale è stato comunicato di avere un “tumore benigno”. Per evitarle lo shock, sarebbe stato il caso, invece, di spiegare alla signora che la formazione contenente dentini, capelli, peli ecc.. che presentava, altro non era che un teratoma, ossia una cisti contenente residui embrionali.

Se è capitato anche a voi, sappiate che non si tratta di un tumore propriamente detto, bensì di un fenomeno che ha origine nell’embrione e che gli inglesi chiamano vanishing twin, cioè “gemello evanescente”, ad indicare l’interruzione spontanea della gravidanza di un gemello. In questi casi, un esame ecografico può chiarire anche le origini di un certo tipo di perdite ematiche prima inspiegabili.
Questo è solo un caso di “cattiva comunicazione” di una malattia. Dal latino tumor (rigonfiamento), la parola tumore, infatti, non suggerisce un’inequivocabile connotazione negativa, a meno che non sia diagnosticata una forma maligna. E’ tuttavia nell’immaginario collettivo che questa parola, comunicata ai pazienti, determina un’inevitabile connessione con fattori strettamente negativi, percepita quasi come una sentenza di morte.

Centrale è quindi la presentazione sanitaria di una patologia. E’ buona pratica “pesare le parole” con i pazienti, anche perché un paziente ben informato manifesta maggiori possibilità di utilizzare in modo ottimale la prestazione sanitaria che gli viene offerta.



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