Sebbene il rapporto tra osteopatia e sport sia un rapporto delle origini, non sono molte le nazioni che, nell’ambito del canottaggio, possono vantare uno staff di osteopati come quello italiano. Nella nazionale azzurra di canottaggio lavorano ben tredici colleghi, coordinati dal 2018 da Carolina Martinelli. Già osteopata e fisioterapista della Nazionale Italiana di Hockey, nell'agosto 2016 insieme alla Federazione Italiana Canottaggio ha vissuto l’emozione dei giochi Olimpici di Rio de Janiero. In questa intervista ci racconta di come la sua vita, personale e professionale, sia cambiata da quando ha conosciuto i remi…

Cosa ha imparato, professionalmente e personalmente, da uno sport di endurance come questo?
«Ho imparato che le difficoltà mettono in luce risorse personali di cui non siamo neppure coscienti. Ho imparato che nella vita bisogna impegnarsi duramente ma questo non porta necessariamente ad un risultato soddisfacente. Ho imparato ad aver pazienza, a concentrarmi su un progetto alla volta, a controllare le mie emozioni e il paziente, ad organizzare il lavoro, a gestire uno staff, a lavorare in squadra. E ho imparato che in ambiente sportivo i tecnici fanno parte dell’equipe: il gruppo ha una grande forza.
Ho ancora molto da apprendere. Gran parte di quello che esprimo professionalmente lo devo al canottaggio, ambiente in cui ho iniziato a lavorare sin dagli ultimi mesi del percorso di formazione osteopatica».

Quanto tempo della sua vita professionale le porta via l’impegno con la FIC?
«Ho scelto di mettere la Federazione Italiana Canottaggio al centro e rendere il resto un contorno.
L’incarico federale mi impegna ogni giorno. Quando sono in raduno cerco di svolgere la maggior parte delle mie mansioni, ma passano pochi giorni all’anno in cui non mi dedico a questa disciplina. Anche quando sono all’estero per altri impegni, rimango in contatto con l'ambiente remiero».

Qualcuno ha detto che fare canottaggio “è come avere il tubo di un’aspirapolvere bloccato in gola, mentre ti schizzano acido sulle gambe”. Il dolore opprimente è parte integrante del contratto che il canottiere sottoscrive con questo sport. Cosa può l’osteopatia contro questo particolare tipo di sovraccarico funzionale?
«Le rispondo con le parole di un atleta che ritengo più interessanti delle mie: “Nel canottaggio come in altri sport la prestazione si compone di tre fattori: fisiologico, tecnico e mentale. L’allenamento non è altro che la risposta adattativa a uno stress fisico o mentale. L’osteopatia aiuta gli atleti a sedimentare nel migliore dei modi l’allenamento, rafforza i meccanismi dell’omeostasi, preserva, riequilibra e si prende cura senza ricorrere a farmaci. Per un atleta in preparazione olimpica, l’osteopatia rappresenta una risorsa preziosissima”, Francesco Fossi. L’affermazione che lei riporta sul canottaggio è molto forte. È uno sport completo e sicuramente molto faticoso ma il carico di impegno non è molto diverso da altre discipline dell’alto livello».

Schiena, busto e braccia sono fondamentali nel canottaggio. Come, quando (prima o dopo gare/allenamenti) e con che frequenza intervenite per mantenerne l’equilibrio?
«Ogni atleta ha un suo equilibrio. Conoscere l’atleta ci dà un parametro del come e quando. Con alcuni abbiamo visto, nel 2016, che un trattamento a settimana era sufficiente per gestire il piano di allenamento. Non esiste una regola. Lo stesso atleta può avere necessità diverse all’interno di una stagione. Per esempio un professionista trattato una volta a settimana nel 2016 ora viene trattato una volta a raduno o meno.
La conoscenza dell’atleta mi consente di capire come muovermi all’interno di un raduno o di una competizione. Le gare modificano le prospettive e le tempistiche di cura, ho trattato anche a poca distanza da una competizione scegliendo il da farsi visto l’impegno dell’atleta».

Quali sono i disturbi più frequenti del canottiere su cui le è capitato di operare e, in linee generali, utilizzando quali tecniche?
«Secondo la letteratura scientifica la lombalgia è il disturbo più frequente.
A seconda della stagione e del carico di allenamento e delle condizioni del lago e/o del vento i canottieri soffrono di dolori al rachide, ginocchia, spalle, avambracci.
Le tecniche? È una domanda che mi fanno spesso ma che non sono in grado di comprendere.
Cerco di applicare ciò che ho imparato sull’osteopatia con la tecnica che in quel momento, per quell’atleta, risulta essere più efficace».

Ricorda un caso particolarmente importante, lungo o difficile su cui è intervenuta?
«Non posso che citare la sera prima della finale olimpica. Erano in gioco 4 anni del lavoro di tante persone, in primis dell’atleta in uno spazio dove interagivo solo io con lui.
Un caso lungo e difficile l’ho affrontato lo scorso anno, ma ce ne sono stati molti e molto di frequente».

Il canottaggio è uno sport declinato prevalentemente al maschile. Anche negli equipaggi femminili (il 30% del totale in Italia), allenatori e staff tecnico sono prevalentemente uomini. Eppure lei è diventata dal 2018 coordinatrice degli osteopati e fisioterapisti della Federazione Italiana Canottaggio, il che significa che non è una questione di genere. Non c’è mai stata, ad ogni modo, nessuna forma di imbarazzo con gli atleti, nessuna difficoltà con gli allenatori o i dirigenti ad interfacciarsi?
«Al momento il canottaggio è uno sport dove la presenza maschile è maggiore di quella femminile. Nell’ultimo quadriennio però, con la presidenza di Abbagnale e la direzione tecnica di Cattaneo, le donne stanno crescendo e hanno pari dignità dei colleghi maschi. La strada tracciata è quella giusta.
Ritengo che le questioni di genere, non solo in ambito sportivo, siano negli occhi di chi guarda. Le donne possono. Semplicemente alcuni ruoli prevedono responsabilità che non sempre siamo disposte ad assumerci.
L’unica cosa da considerare, a mio avviso, nel mondo del lavoro è la predisposizione mentale.
Imbarazzi con gli atleti non ne ricordo.
Le difficoltà con i tecnici sono state moltissime, ma sono state tutte dettate dalla mia inesperienza e dalla scarsa conoscenza del mondo sportivo. Loro mi hanno spiegato ogni cosa ogni volta che ho chiesto.
Nel canottaggio la collaborazione con i tecnici è molto alta: abbiamo fatto tutti un passo indietro per abbandonare l’individualismo e creare un gruppo.
Certo a volte siamo rallentati perché passiamo tempo a confrontarci sulle reciproche competenze, ma questo ci ha arricchiti molto. Oggi un tecnico che ha necessità di cambiare bordata all’atleta, lo invia dall’osteopata. E questo significa che abbiamo avuto una comunicazione efficace».

Lei è anche fisioterapista, come molti colleghi osteopati. Come fisioterapia e osteopatia interagiscono sul campo?
«Fisioterapia e osteopatia sono molto importanti per un atleta. Nell’equipe, osteopati, fisioterapisti e medici dello sport sono a stretto contatto. Quando possibile valutiamo insieme e cerchiamo di capire a cosa dare priorità nell’arco della giornata. Mi confronto anche con i tecnici, lo psicologo di squadra e il dietista. E quando serve, anche con professionisti esterni (neurologo, chiropratico, ginecologo...)».

Consiglierebbe ad un fisioterapista di studiare da osteopata o viceversa?
«Consiglio a chiunque di impegnarsi in ciò che ama e che ritiene utile alla sua crescita. Un fisioterapista che conosce e ama il suo mestiere è utile al paziente tanto quanto un osteopata che si dedica allo stesso modo alla sua professione.
Chi vuole cimentarsi in questo ambito sappia comunque che l’alto livello richiede dedizione, spesso abnegazione. Passo molto tempo in raduno, anche se rispetto ad atleti e tecnici sono quella meno impegnata in termini di giorni.
Negli anni ho rinunciato a molte cose, quelle banalità che fanno la differenza.
Ho difficoltà, ad esempio, a frequentare amici, famiglia e compagni. Per festeggiare una ricorrenza o fissare un evento, occorre avere il calendario federale alla mano. Se si subisce un lutto, bisogna restare concentrati... Insomma la fatica è molta: quelle lacrime che vedete quando un atleta conquista una medaglia sono cariche di significati. Portano il peso di tutte le volte che “il lavoro” ci ha portato via dal resto».