Janet Balaskas ha coniato questa espressione negli anni 70 (Active Birth), dove per parto attivo si intende il parto nel quale la donna ha la libertà di muoversi, scegliere le posizioni preferite sia in travaglio che nella fase espulsiva. Nel parto attivo, che è il coronamento di una gravidanza attiva, le energie della donna sono le protagoniste del parto: la parola rivoluzionaria è “empowerment”.

La donna, in altre parole, prende il potere sul parto, è artefice e responsabile delle scelte che la riguardano e non una paziente né succube della situazione.

A discapito della donna, fino a 15-20 anni fa il parto era molto strumentalizzato dalla struttura ospedaliera che sottoponeva la partoriente a “interventi” inutili e fastidiosi: ricovero alle prime contrazioni, la rasatura del pube (per evitare che i peli infettassero la ferita dell’episiotomia, che veniva eseguita a tutte) l’infusione endovenosa di ossitocina per provocare le contrazioni, il monitoraggio cardiotocografico continuo e la posizione supina obbligata (in periodo espulsivo era d’obbligo il lettino ginecologico).
Ne risultavano parti molto dolorosi, scomodi, per niente naturali e molto programmati; la donna non aveva quasi nessuna voce in capitolo, malgrado fosse la diretta interessata dell’evento. Oggi per fortuna la linea di condotta è diversa, e non è raro trovare ospedali in cui si pratichi il PARTO ATTIVO.

Con il parto attivo, la partoriente diviene parte attiva dell’evento del parto con possibilità di scelta per se stessa e il proprio bambino, sperimenta varie posizioni fino a trovare quella in cui riesce a gestire meglio il dolore e la fatica, ha il pieno controllo della situazione, non ricorre ai farmaci e vive un’esperienza straordinaria e gratificante.

La donna che vuole privilegiare il parto naturale e attivo potrà scegliere un ospedale in cui:

  1. sia possibile affrontare la fase di espulsione in qualsiasi posizione: in piedi, in ginocchio, seduta sulla sedia da parto con schienale reclinabile e seduta aperta per facilitare la discesa del bambini;
  2. non avvenga la separazione immediata di mamma e bambino subito dopo la nascita, ma che consenta invece di posticipare il taglio del cordone ombelicale e portare immediatamente il bambino al seno per permettere la prima suzione;
  3. sia possibile il cosiddetto roaming in, ossia che il neonato resti nella stessa stanza della mamma o anche nello stesso letto, perché possa essere allattato a richiesta, senza aspettare le poppate programmate.

Affinché un ospedale sia “amico delle mamme” deve avere le seguenti caratteristiche: scarica qui il documento.

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