L’Osteopatia è una scienza medica che, da oltre un secolo, basa la sua filosofia sulla considerazione che l’uomo (così come l’animale) è un’unità di struttura e funzione, in salute ma anche in malattia, in cui la continua, armonica sinergia tra le sue componenti garantisce di fatto lo status psicofisico più ottimale in ogni condizione.
Sulla base di tali principi, l’osteopata si pone di fronte al paziente nella posizione di ascolto e poi di valutazione e di azione naturalmente. Quest’ultima, tuttavia, avviene nel completo rispetto dei tessuti, guidata dal corpo stesso e dai suoi meccanismi di autoregolazione, che cooperano al mantenimento dell’omeostasi interna, dello stato di equilibrio delle sue funzioni. Pertanto, in ogni quadro disfunzionale, l’osteopata si adopera affinché tali capacità di autoregolazione del corpo vengano supportate e coadiuvate, ai fini di restaurare l’equilibrio fisiologico nel modo più naturale possibile.
Ciò viene perseguito ricercando l’eventuale causa primaria del quadro sintomatico, qualunque esso sia. Per questo motivo, non è possibile in Osteopatia stabilire a priori quale sia il protocollo di intervento per una patologia, poiché non sono la patologia o i sintomi annessi che vengono trattati, ma l’animale nella sua unicità psicofisica, nella sua storia particolare e nel suo contesto irripetibile. Quindi, così come un pianoforte ed un violino richiederebbero un intervento diverso, nonostante siano fallaci nella riproduzione della stessa nota, cento Labrador con displasia dell’anca, per esempio, sarebbero cento casi diversi nella loro espressione, nel loro contesto, nella loro globalità, che esigono altrettanta variabilità nell’intervento terapeutico.
Alla luce di tali presupposti, il quadro sintomatico acquisisce un’importanza secondaria, implicando a volte un distacco dell’intervento terapeutico dall’area stessa in cui si manifesta il sintomo, per osservarne le interazioni e le possibili connessioni con tutte le altre strutture adiacenti o remote.

Attraverso un approccio esclusivamente manuale, l’osteopata valuta ed elabora i segni di una disfunzione tissutale (siano esse a carico di vertebre, muscoli, membrane, fasce, nervi, vasi, organi, articolazioni…) raccogliendo così le informazioni che consentono l’individuazione di una disfunzione somatica: una compromissione o alterazione della funzione delle componenti interconnesse del sistema somatico (struttura corporea) come scheletro, articolazioni, strutture miofasciali, visceri ed elementi vascolari, linfatici e nervosi correlati (Allen, 1993).
All’esame obiettivo, la disfunzione somatica presenta almeno due dei seguenti parametri:

  1. alterazione della trama tessutale;
  2. asimmetria;
  3. restrizione della mobilità;
  4. alterazione della sensibilità con diverse gradazioni possibili di dolorabilità (DiGiovanna&Schiowitz, 2004).

L’ombra della disfunzione somatica dietro molti dei quadri sintomatici non riconducibili a nessuna patologia confermabile da indagini strumentali, sembra non essere così rara come si possa pensare: L’80% delle lombalgie nei cavalli, per esempio, è stato dimostrato di non essere riconducibile ad una patologia ossea o dei tessuti moli (Jeffcott, 1980).

La diagnosi della disfunzione somatica ha ormai un codice (739) nella International Classification of Disease, ICD-9 (1999) – disfunzione craniale 739.0, cervicale 739., toracica 739.2, lombare 739.3….
Essa può instaurarsi a seguito di macrotraumi, microtraumi ripetitivi, disfunzioni viscerali, stress psico-emotivi (Ward, 2003). Se non diagnosticata, può condurre a dolore o perturbazioni, sia localmente che distalmente tramite complessi meccanismi compensatori (Kuchera&Kuchera, 1994).
L’Osteopatia è dunque una medicina manuale che ha i suoi metodi di anamnesi, diagnosi e ovviamente di trattamento, applicabile ad ogni età, razza e specie, volta a localizzare e normalizzare alterazioni della funzionalità corporea attraverso l’ottimizzazione dei meccanismi omeostatici e dell’interrelazione tra struttura e funzione (Kuchera, 2007). Il trattamento osteopatico si avvale, a tale scopo, di un complesso armamentario di tecniche esclusivamente manuali:

  • Approccio Muscolo-Scheletrico: che include diverse tecniche articolatorie e manipolative su ogni articolazione dell’animale, allo scopo di ripristinare la mobilità laddove compromessa, ottimizzare il range di movimento articolare, correggere eventuali disallineamenti articolari, bilanciare la distribuzione del carico. Particolarmente indicato per disfunzioni articolari croniche o in casi in cui si voglia fornire un particolare input terapeutico di tipo biomeccanico-posturale, anche in ambito pre e post-chirurgico, quest’approccio è stato dimostrato efficace sia sui piccoli animali (Short, 2011), che su quelli di grossa taglia (Nevin, 2005), spesso con un effetto di normalizzazione sulla circolazione periferica nonchè sull’output ortosimpatico;
  • Approccio Funzionale: che comprende una serie di tecniche elettive per disfunzioni dei tessuti molli, miofasciali in particolare, caratterizzate da una minima invasività di applicazione, allo scopo di normalizzare disfunzioni capsulari, legamentose, mio-fasciali, ottimizzando così la funzione propriocettiva di queste strutture, nonché il loro ruolo di coordinamento e trasmissione delle forze meccaniche. Particolarmente indicato per condizioni articolari acute (Accorsi&Lucci, 2012A), distorsioni o distrazioni, paramorfismi e dismorfismi (Accorsi&Lucci, 2012B), in fasi di recupero post-operatorio, ad oggi, non vengono riportati in letteratura danni causati dall’applicazione di quest’approccio, che risulta tra i più sicuri nella gamma delle terapie manuali (Vick et al, 1996);
  • Approccio Craniale: che si avvale di tecniche di valutazione e normalizzazione del ritmo cranio-sacrale. Un ritmo percepibile manualmente, che si estende dalla porzione craniale a quella caudale ed al resto dei tessuti corporei, le cui alterazioni di simmetria e vitalità possono indicare diverse tipologie disfunzionali: malocclusioni, disfunzioni oculari, dismetabolismi, disturbi viscerali . Tale ritmo sembrerebbe la risultante di diversi sotto-ritmi:
    La contrattilità del sistema nervoso centrale: già nel 1957, Clark & Hyden dimostrarono una contrazione ritmica di cellule gliali in vitro, che non appaiono correlate con l’attività cardiaca o respiratoria. Due decenni più tardi, uno studio immunoistochimico rivelò la presenza di proteine contrattili in astrociti e cellule ependimali nel diencefalo dei ratti (Groschel et al, 1977), e di filamenti di actina in assoni dei ratti (Alonso et al, 1981);
    La fluttuazione del liquor cerebro-spinale;
    La motilità delle meningi a tensione reciproca: Retzlaff et al (1982) dimostrarono la presenza di terminazioni nervose e capillari sanguigni nel connettivo suturale, dal seno sagittale superiore, attraverso la falce, al 3° ventricolo fino al ganglio cervicale superiore in primati e mammiferi, suggerendo una mobilità intrinseca alle meningi che esigesse una simile innervazione e vascolarizzazione;
    La mobilità delle ossa craniche e del sacro: Adams (1992) dimostra in gatti anestetizzati un movimento laterale e di rotazione dei parietali attorno alla sutura sagittale, in relazione a fenomeni interni quali respirazione, pressione intracraniale e frequenza arteriosa; fino a quando Lewandoski et al (1996) misurano il movimento delle ossa craniche, applicando su adulti (22-36 aa) marcatori di superficie ad infrarossi sui parietali, frontali e bregma, e filmando il tutto per 60 sec su pellicola kinematica 3D. Giunsero ad un’ampia variabilità interpersonale, concludendo che il ritmo cranio-sacrale è un movimento complesso multi-assiale, con una media di ampiezza di movimento dei parietali tra 245m e 285m (1micron=1/1000mm).

In uno studio del 1995, 127 cavalli con lombalgia, rigidità nella zona lombopelvica e zoppia aspecifica presentavano riduzione della loro performance (Pusey et al. 1995). Tali problemi erano presenti da oltre 2 anni per il 30% di loro e da oltre 6 mesi nel 71% dei casi. Un follow up di 12 mesi dopo trattamento osteopatico, anche di tipo craniale, ha mostrato un 75% del campione con miglioramento funzionale mantenuto, in base alla valutazione veterinaria e al feedback dei cavalieri.

  • Approccio Viscerale: consiste in tecniche di diversa natura, specifiche per disfunzioni a carico dell’intero apparato gastrointestinale, cardio-respiratorio, genito-urinario, endocrino-metabolico, neuro-vegetativo. Studi recenti (Huff et al, 2010) hanno dimostrato che  questo tipo di approccio osteopatico è in grado di aumentare su cani e gatti la concentrazione del flusso linfatico, di diverse citochine (IL-4, IL-6, IL-8, IL-10, IL-15, MCP-1, TNF-alpha, INF-gamma, MCP-1) e di leucociti (da 4 ± 1.5 x 106 cells/min a14 ± 50 x 106 cells/min), contribuendo di fatto ad esponenziare le difese immunitarie dell’animale, fino ad inibire la proliferazione di cellule tumorali favorendone l’apoptosi, grazie all’azione combinata delle IL-2, IL-10 e IFN-γ (Hodge, 2012).
    É stato dimostrato inoltre, sui ratti, che questo tipo di approccio può essere applicato con successo, a cominciare dal settimo giorno post-intervento, nella prevenzione e trattamento delle aderenze post-chirurgiche, prime fra tutte quelle a danno del peritoneo, che non di rado provocano problemi di digestione, fino all’ostruzione intestinale (Bove&Chapelle 2012).

L’Osteopata integra il suo intervento anche con l’uso terapeutico dei Trigger Points, Riflessi di Chapman, Tecniche di Oscillazione Armonica, Strain&Counterstrain, tecniche di pompaggio linfatico, consigli nutrizionali, ergonomici, in complementarietà con tutte le altre figure veterinarie.

Generalmente, il protocollo di trattamento osteopatico si struttura in 1 seduta ogni 2-4 settimane, per almeno 3-6 sedute, con una rivalutazione generale al termine, in cui si dimette il paziente. Se necessario si opta per un secondo ciclo di trattamento. Per i casi più cronici, infatti, si eseguono più cicli di 5-7 trattamenti, con una fase inziale che prevede anche 1-2 trattamenti a settimana, se necessario. In ogni caso, è auspicabile almeno 1 visita di controllo od un breve ciclo di 3-4 sedute ogni 3-6 mesi per evitare ricadute e recidive.

 

Bibliografia: clicca qui

del Dr. Paolo Tozzi, BSc (Hons) Ost, DO, FT, M. G.Os.C. (UK), M. S.O.A.P. (UK), M. R.O.I. (IT)
e-mail: pt_osteopathy@yahoo.it
Vicedirettore Scuola di osteopatia C.R.O.M.O.N. www.scuoladiosteopatia.it
Vicepresidente A.I.R.O.P. www.airop.it
Tesoriere Os.E.A.N. www.osean.com