È ormai noto come le disfunzioni cranio-cervico-mandibolari (e non solo!) costituiscano terreno di incontro tra osteopati e dentisti, entrambi sempre più consapevoli dell’importanza della correlazione tra apparato stomatognatico e postura. I disordini cranio-cervico-mandibolari (DCCM) includono le disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM), dei muscoli masticatori e le strutture ad essi associate (American Academy of Orofacial Pain). Essi sono caratterizzati da sintomi quali dolore, rumori dell’articolazione e riduzione del movimento mandibolare (De Bont et al., 1997).

Il processo patologico dei disordini cranio-cervico-mandibolari (DCCM) presenta un’eziopatogenesi multi causale. Tra le varie teorie elaborate circa individuazione del fattore preponderante nell’instaurarsi di tale meccanismo patologico, attualmente la più accreditata rimane quella fornita dalle Guidelines della American Academy of Orofacial Pain, formulata da Okeson nel 1996. Questi suggerì di classificare i fattori che influenzano l’equilibrio dell’apparato stomatognatico in tre categorie: predisponenti, scatenanti e perpetuanti.

Anche per quanto riguarda i rimedi, si è registrata una pluralità di posizioni differenti. Ad un originario approccio invasivo (ortodonzia e chirurgia) si sono via via sostituite metodologie più conservative (gnatologia, fisioterapia e trattamenti farmacologici).

Tra le metodiche manipolative si distingue l’osteopatia, quale terapia coadiuvante alla terapia tradizionale per la cura dei disordini cranio-cervico-mandibolari (DCCM).                                                                                   Molto spesso noi osteopati, all’esito del trattamento, riteniamo necessaria una visita gnatologica finalizzata alla prescrizione di un “bite”.

Com’è noto, in assenza di linee guida universalmente riconosciute, l’utilizzo di tale dispositivo è fonte di non poche divergenze tra i professionisti del settore. In primo luogo, non v’è unanimità di vedute in ordine alla tipologia di strumento correttivo da applicare al caso concreto.
Taluni dentisti propendono per l’utilizzo di un bite superiore applicato sui mascellari; altri, persuasi dall’efficacia del metodo osteopatico e dell’importanza del ritmo cranio-sacrale, per l’utilizzo di un bite inferiore applicato sulla mandibola. In secondo luogo, è opportuno prendere in considerazione gli elevati costi correlati all’acquisto di un “bite” personalizzato, a fronte di risultati terapeutici non sempre sicuri.

Da ultimo, i tradizionali “bite” sono spesso realizzati prescindendo dall’importanza della rieducazione funzionale della lingua nella terapia gnatologica, che rappresenta, invece, il motore principale della riabilitazione di tutto il sistema stomatognatico.

Lo schema di Brodie (Fig.1) mostra la complessa correlazione tra l’apparato masticatorio e il resto del corpo. In questo sistema è evidente la centralità del cranio, in particolar modo la posizione di equilibrio della testa sul rachide cervicale, mantenuto dal bilancio delle forze esercitate dalla muscolatura posteriore ed anteriore del rachide. Nell’ambito del sistema flessorio anteriore si inserisce l’apparato stomatognatico. Risulta quindi evidente come il riposizionamento della lingua e dell’osso ioide, implichino anche un cambiamento nel tono della muscolatura sovra- e sotto-ioidea, andando ad influire, indirettamente, anche sul contesto posturale globale.

I classici “bite universali” agiscono da semplici “cuscinetti” volti ad evitare il contatto fra i denti, mentre l’“Anello Linguale” (Fig.4) mette la lingua, la mascella e l’osso ioide al centro della riabilitazione. Questo dispositivo universale, tramite il riposizionamento della lingua e dell’osso ioide, consente una rieducazione funzionale di queste strutture e del rachide cervicale. Il tutto produce decondizionamento neuro-muscolare della muscolatura masticatoria e riequilibrio del sistema posturale.

Lo squilibrio del sistema stomatognatico determina spesso la coesistenza, nei pazienti con DCCM, di un’importante sintomatologia algica (cefalee, cervicalgie etc.), dovuta all’affaticamento della muscolatura masticatoria che tende a estendersi anche ai muscoli del collo e delle spalle. Trattando questi pazienti con Ri.P.A.Ra. ho potuto riscontrare un notevole miglioramento del dolore e delle disfunzioni osteopatiche. A seconda del quadro clinico di base, in alcuni pazienti ho ritenuto sufficiente associare l’anello linguale al trattamento osteopatico, mentre in altri casi, la combinazione dei suddetti trattamenti con la tradizionale terapia gnatologica è risultata vincente.

L’Anello Linguale Ri.P.A.Ra. rappresenta un possibile strumento complementare alla terapia osteopatica per il trattamento dei DCCM e un terreno di incontro con la gnatologia. Sarebbe, tuttavia, interessante valutare la sua applicazione anche per le altre disfunzioni collegate al sistema stomatognatico (lombalgie, dorsalgie etc.).