Il rapporto tra osteopatia e pallacanestro è antico. Anzi, si può dire che, grazie ad un personaggio leggendario di nome Phog Allen, il basket sia tra gli sport che per primi hanno intuito i vantaggi dell’osteopatia per un atleta.

Cento anni dopo, cosa è cambiato?

Com’è oggi il rapporto tra basket e osteopatia in Italia?

Lo abbiamo chiesto al collega Roberto Oggioni, osteopata di riferimento dello staff medico della Nazionale maschile di Basket italiana da quasi 20 anni. Dietro le quinte, ha gioito con i giocatori per il conseguimento della medaglia di bronzo ai campionati europei in Svezia nel 2003 e per l’argento alle Olimpiadi di Atene del 2004.

 

Roberto Oggioni
Roberto Oggioni

«Quando ho iniziato la mia esperienza nella nazionale – ci racconta Oggioni - non vi erano squadre di club italiane ad avere un osteopata nel team sanitario; qualche società di calcio di serie A aveva iniziato a credere nella figura dell’osteopata, ma nel basket ancora nulla: gli unici colleghi con cui potevo confrontarmi erano fisioterapisti.

Poi, nel tempo, è accaduta una cosa: gli atleti hanno capito l’importanza del ruolo dell’osteopata, sia in termini preventivi che terapeutici: poiché spesso non ne avevano uno in società, lo cercavano privatamente. Questo ha portato le società ad inserire questa figura in misura sempre più costante all’interno degli staff sanitari».

 

Da oltre 15 anni è Osteopata degli azzurri del basket, qual è stato il suo percorso, come è entrato in contatto con la nazionale?

 

«Ho frequentato il corso a tempo pieno presso l’Istituto Superiore di Osteopatia e da subito la mia idea è stata quella di approfondire le mie conoscenze in ambito sportivo.

Al quarto anno di studio, grazie alla conoscenza del fisioterapista della pallacanestro Varese, ho iniziato il tirocinio clinico per capire il mondo del professionismo dall’interno e soprattutto quale fosse il vero lavoro di un terapista dello sport; ho conosciuto un ambiente molto professionale, sia dal punto di vista dello staff sanitario che da quello sportivo.

Il terapista della pallacanestro Varese era lo stesso della Nazionale pallacanestro, praticamente un’istituzione e nella squadra di Varese c’erano molti giocatori azzurri. Caso volle che nel 2001 l’osteopata di riferimento della squadra non potesse partecipare al raduno e fossi convocato in sua sostituzione: da li è nato un feeling speciale con l’Azzurro che mi ha accompagnato fino ad oggi!

Un vero grazie va quindi a Sandro Galleani, l’istituzione, dal quale ho imparato tanto sul ruolo delicato che avrei ricoperto, al medico federale dott. Senzameno, all’allora medico di squadra prof. Andrea Billi, ortopedico di larghe vedute che ha creduto nel ruolo dell’osteopata in un’epoca in cui agli ortopedici apparivamo come stregoni…»

 

Qual è il suo compito all’interno dello staff medico?

«Lo staff medico attuale della nazionale di Pallacanestro è composto da due medici - un internista e un  ortopedico – un osteopata e un fisioterapista - osteopata), oltre ad un alimentarista. L’osteopata, nel basket, agisce in fase preventiva, oltre che nel trattamento e nella cura di problematiche di origine muscolare, articolare e posturale.

Il primo obiettivo è quello di monitorare, con scadenze prestabilite studiate caso per caso, la postura dell’atleta, per liberarlo da restrizioni che possono essere fonte di calo delle prestazioni e possono portare, alla lunga, a patologie del sistema muscolo-scheletrico (distorsioni, pubalgie, ecc); spesso, infatti, gli infortuni non sono altro che la manifestazione di squilibri, di origine traumatica o posturale, già presenti nell’atleta. Naturalmente intervengo anche in caso di traumi di gioco, a complemento delle altre figure presenti nello staff medico. La collaborazione è sempre più stretta anche col settore dei preparatori atletici, che hanno ormai capito che un atleta trattato può svolgere il gesto atletico in maniera più funzionale e con meno dispendio energetico, riuscendo ad esprimere al massimo le proprie potenzialità».

 

Ci accennava prima che c’è un collega con lei. Questo significa che c’è molto lavoro per voi sul campo?

«Si c’è un collega con me, Francesco Ciallella. Lavoriamo insieme da molti anni, perché la pallacanestro lo richiede. Il basket è uno sport praticato da atleti con caratteristiche fisiche particolari, con una taglia particolare, dove l’impegno muscolare ed articolare è di altissima intensità.

Le leve di questi atleti sono molto lunghe e lo sport prevede, anzi si basa, sul contatto fisico, su accelerazioni e decelerazioni, scatti, spostamenti laterali e salti continui; la struttura muscolo-scheletrica è altamente sollecitata.

Con questi presupposti si capisce che il lavoro da svolgere è sempre molto. Gli atleti si affidano alle nostre cure, motivo questo di grande orgoglio, ma anche di lunghe nottate in sala terapia…»

 

Quali sono i traumi più frequenti nel giocatore di basket e qual è il ruolo dell’osteopatia?

«In termini percentuali, le più comuni sono le distorsioni tibio-tarsiche: spesso gli atleti si trovano a saltare in uno spazio limitato con lo sguardo rivolto verso l’alto, nell’azione di recuperare un rimbalzo. Diventa così facile atterrare sul piede di un altro giocatore.

Più in generale, le aree maggiormente colpite sono bacino e colonna. Le strutture muscolari e tendinee degli arti inferiori sono continuamente sottoposte a stress, sia nella fase di elevazione sia nella fase eccentrica di ricaduta ed ammortizzazione del carico.

In molti casi ci troviamo di fronte a disfunzioni ascendenti che dagli arti inferiori si ripercuotono sul bacino per arrivare alla colonna; a volte il problema sta nel bacino ed altre volte nella colonna.

L’obiettivo principale dell’osteopata è quello di mantenere il migliore equilibrio dell’atleta sia nella componente articolare sia in quella muscolare per ridurre al minimo le sollecitazioni.

Nel caso di distorsioni articolari, il ruolo dell’osteopata è quello di ricreare una ripresa della mobilità articolare come era prima del trauma.

Oggi abbiamo la possibilità con mezzi scientifici di studiare tutti i parametri di mobilità, equilibrio e forza dell’atleta sano con sistemi computerizzati, che diventano dati di riferimento dei risultati da ottenere nella fase di recupero.

Anche le problematiche muscolari necessitano di un intervento osteopatico. Non interveniamo sul singolo muscolo ma inseriamo il trauma nella disfunzione di una catena muscolare. Questo agevola il recupero dal trauma, riducendo al massimo le possibili recidive».

 

In termini di prevenzione, invece, come operate?

«Oggi la prevenzione è entrata con forza negli obiettivi di uno staff sanitario di alto livello.

Gli atleti hanno pagato lo scotto del passaggio da una dimensione no profit alla logica del lucro, per cui giocano molto, sempre di più, con meno possibilità di allenarsi. In questo scenario la probabilità di infortunio aumenta e va rinforzata la strategia preventiva.

L’osteopatia è una terapia ad azione preventiva: valutare e trattare regolarmente l’atleta per liberarlo da limitazioni anche minime è un obbligo per tutte le società sportive».

 

Qual è il suo rapporto con i giocatori?

«Il rapporto con i giocatori in Nazionale è totale, ogni volta che ci raduniamo si condivide la giornata intera. L’atleta in nazionale è seguito 24 ore al giorno, si vive insieme. Tutto lo staff è presente ad ogni allenamento; vedere gli atleti durante l’attività può dare informazioni utili, capire quando non sono più in equilibrio durante l’attività per stanchezza o per situazioni di compenso ci permette inoltre di poter anticipare dei traumi o dei sovraccarichi che potrebbero far perdere alcuni giorni di allenamento.

Le sessioni di terapia sono quotidiane nei tempi di riposo, quindi, facendo doppia sessione di allenamento quasi sempre, le terapie si svolgono dopo pranzo e dopo cena, in un ambiente consono, scelto con cura, in collaborazione con il team manager della squadra, in ogni hotel che frequentiamo nei raduni».

 

Le capita di intervenire anche durante la partita, a prescindere dai casi di infortunio?

«Durante la partita no, chiaramente escludendo i casi di infortunio; eventualmente l’intervento può essere svolto prima dell’inizio della partita.

Alcuni giocatori sono abituati a farsi trattare ad inizio partita nelle loro società, ma in generale, se non vi sia la stretta necessità, preferisco non intervenire a ridosso della gara. Si tratta di un momento di massima tensione per l’atleta, e quando entra nello spogliatoio pre-gara, deve poter pensare solo alla partita. Siamo in raduno sempre e c’è il tempo per fare i giusti interventi lontano dalla partita».

 

Essere a contatto con gli sportivi ha cambiato la sua visione dell’osteopatia?

«No, perché sono sempre stato convinto che il connubio tra osteopatia e sport sia veramente vincente, come lo è il connubio tra osteopatia e benessere generale nei pazienti non sportivi.

Essere a contatto con atleti di alto livello mi ha permesso però di capire quanto sia dura la strada per il successo e quanto lavoro serva per mantenere il risultato conseguito. Quale stimolo migliore per crescere professionalmente giorno dopo giorno?»