È stato il primo osteopata italiano stipendiato dal CONI e il primo osteopata a partecipare alle Olimpiadi al seguito della nazionale maschile di volley (Sydney 2000). Abbiamo intervistato il collega anconetano Giuseppe Antinori, da oltre 20 anni al servizio della pallavolo professionistica, che ci racconta di un rapporto – quello tra osteopatia e pallavolo – piuttosto giovane ma già molto saldo.

 

La pallavolo è tra i pochi sport in Italia a vantare uno studio scientifico (datato 2017) che conferma i vantaggi di un osteopata all’interno dei team sanitari sportivi. Si è persino scoperta una correlazione positiva tra servizi osteopatici e risultati delle prime quattro squadre nelle stagioni agonistiche.  Un vantaggio o solo una responsabilità in più per chi fa questo mestiere?

Direi entrambi: un vantaggio per la credibilità che ha acquisito questa professione e per chi usufruisce delle prestazioni, ma anche una responsabilità ulteriore, perché un professionista che si rivolge ad un osteopata cerca adesso maggiori conferme. L’osteopatia è una professione che ha tutto da dimostrare. Ciò nonostante, dobbiamo continuare a farci largo a suon di risultati. Mentre sul fronte sanitario c’è ancora tanta strada da fare per vincere le resistenze al cambiamento, in campo sportivo bastano i risultati. E così i professionisti – a prescindere dallo sport praticato – iniziano a valersi regolarmente del servizio offerto dall’osteopata. È questo il motivo per cui l’osteopatia è entrata di prepotenza in diverse professioni sportive.

Lei è nell’ambito della pallavolo da oltre due decenni. Come si è evoluto il rapporto tra l’osteopatia e questo sport in Italia? Come ancora potrà evolversi da qui a dieci anni?

Sono in A1 da oltre 20 anni e a lungo ho seguito la nazionale: ritengo di essere stato davvero fortunato. Ho fatto esperienze estremamente importanti, dal punto di vista umano e professionale. Ho partecipato ai mondiali e agli europei, cosa prima impensabile per un osteopata. Oggi anche quei team sportivi che non possono permettersi di inserire nello staff un osteopata in aggiunta a medico e fisioterapista, si avvalgono di consulenze esterne. E questo è un grande risultato.

Quali percorsi, conoscenze fortuite, passioni (sportive o meno) l’hanno portata a ricoprire il ruolo che ha oggi?

Sicuramente ho avuto anche fortuna perché finiti gli studi di scienze motorie e fisioterapia ho potuto subito affacciarmi alla serie A di pallavolo. L’esperienza da fisioterapista in serie A è durata due anni. Poi ho iniziato gli studi di osteopatia. Correva l’anno 1985 e in Italia c’erano solo due scuole che formavano a questa professione. Avendo mantenuto ottimi rapporti con i giocatori, riuscivo a sperimentare su di loro, man mano che mi formavo in ambito osteopatico, quello che apprendevo a scuola. Capii ben presto che queste nuove competenze facevano la differenza: i giocatori venivano a trovarmi sempre più spesso e il giro di pazienti si allargava. Così accadde che quando nel 1995 nella mia zona - Ancona e Osimo  - si formò la Lube Volley, fui subito chiamato a prestare consulenza. Gli atleti della Lube erano tutti affermati: avevano affrontato esperienze in nazionale e alcuni, come Zorzi e Meoni, avevano partecipato anche ai giochi olimpici di Atalanta. Il passo successivo fu compiuto da Andrea Anastasi, che divenne allenatore nel ‘98-’99 e mi volle con lui nello staff della nazionale

Cosa significa essere a servizio di atleti professionisti? Come partecipa alla vita dei ragazzi?

Quella dell’osteopata è un’attività altalenante rispetto alla routine degli atleti. Concordiamo però le presenze nelle occasioni particolari – come i tornei più importanti – e allora si, il contatto diventa quotidiano: insieme si gioca, si scherza, ci si allena. Poi, dopo l’allenamento, si lavora sodo sia nella prevenzione che nel recupero. Nella routine del club, venivo convocato una o due volte la settimana a supporto dello staff fisioterapico, salvo essere sempre disponibile per le urgenze. La presenza era invece costante nei momenti topici delle finali play off, dello scudetto, delle finali di  A4 o delle finali Coppa Campioni e Coppa Italia, in cui lo staff (medico, fisioterapista e osteopata) era al completo.

Qual è la sua settimana tipo a livello professionale?

Dopo tanti anni di consulenza per la pallavolo, oggi la mia settimana tipo è prevalentemente di tipo ambulatoriale. Ciò non significa aver abbandonato il contatto con lo sport. Grazie all’esperienza Michele Scarponi, che ci ha lasciato drammaticamente, ho maturato contatti nell’ambito del ciclismo, che mi permettono di seguire talentuosi juniores campioni italiani e una campionessa europea di fioretto.

Quali rinunce ha comportato per lei, a livello personale e professionale, seguire la Lube e poi la nazionale?

Le rinunce principali sicuramente sono legate al privato, ho sottratto tempo alla famiglia. Oltretutto, nei periodi dei grandi eventi sportivi, l’assenza dallo studio creava non pochi disagi con i pazienti e bisognava organizzarsi al meglio con validi aiuti.  Però avendo sempre creduto nell’attività sportiva, tanto da praticarla e da seguire l’Isef (così si chiamava a quei tempi l’odierna facoltà di Scienze Motorie), non posso che ritenermi appagato: è stato meraviglioso trovarsi alle Olimpiadi, partecipare alla cerimonia inaugurale, vedere le finali di atletica leggera. Questa professione sa regalarti emozioni meravigliose.

Quali sono i casi su cui interviene più frequentemente e come agisce il team sanitario in questi circostanze?

Giochiamo sempre un ruolo duplice: da un lato la prevenzione, dall’altro il recupero delle criticità, che nel campo della pallavolo riguardano più che gli infortuni acuti, le patologie da sovraccarico. Gli atleti sottoposti a calendari gravosi, soprattutto i più forti che giocano tra club e nazionale, non hanno mai tempo a sufficienza per recuperare, con conseguenti sovraccarichi (prevalentemente su colonna, ginocchio, spalla) che solo una prevenzione mirata, in accordo con il preparatore atletico, può ridurre.

Qualora subentrino infortuni in acuto – lesioni e distorsioni - l’osteopata è a stretto contatto con il fisioterapista; lo coadiuva con le sue manovre e mettendo in pratica tutte le tecniche che possano permettere un recupero nel minor tempo possibile.

C’è un caso particolarmente complesso da cui è riuscito a venire a capo che le piacerebbe condividere?

Di casi particolari tanti. Le più complesse sono le problematiche del disco intervertebrale e le protrusioni erniali. Se riesci a venirne a capo, l’atleta ti stende un tappeto rosso, perché ha capito di esser uscito da un vicolo cieco: farmaci e infiltrazioni magari funzionano, ma comportavano grosse limitazioni. Un caso che ricordo in particolar modo è quello di un atleta con spondilolistesi instabile. Sono riuscito, insieme al preparatore atletico, a farlo giocare fino a fine carriera, evitando l’intervento chirurgico che avrebbe interrotto la sua attività agonistica, la sua carriera.

La pallavolo è uno degli sport più popolari al mondo. Accessibile a tutte le tasche e a tutte le età, piace a uomini e donne. Quali sono i rischi a cui possono incorrere con più frequenza tutti quelli che praticano amatorialmente questo sport? E come l’osteopatia può aiutare a prevenirli?

…E non c’è solo il volley. Il beach volley è popolarissimo, oramai si gioca anche al chiuso, nei palazzetti dello sport attrezzati per l’inverno. E questo moltiplica i rischi, non solo quelli di banali traumi, distorsioni delle dita, della caviglia, ma anche quelli dovuti a lesioni degenerative. Lesioni della cuffia dei rotatori, rigidità della spalla, ginocchio del saltatore, Impingement Subacromiale, lesioni del crociato anteriore sono rischi frequenti e concreti.  Ciò in cui però la presenza di un osteopata può davvero fare la differenza è la funzionalità della colonna tutta, che nella pallavolo è continuamente sollecitata.

Il consiglio che do agli atleti, anche a livello amatoriale, è quello di dedicare tempo allo stretching, al recupero funzionale, alla trasformazione soprattutto per quelli che affiancano attività di sovraccarico con i pesi per ottenere una muscolatura idonea al salto. E naturalmente di fare prevenzione, recandosi prima che il dolore insorga, dall’osteopata.