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Osteopedia

Ricerca in osteopatia

Le regole della ricerca in osteopatia

La ricerca in Osteopatia si sta sviluppando molto negli ultimi anni, in cui si assiste ad un incremento della produzione scientifica in ambito osteopatico in Italia, dove è sempre più viva l’attenzione per la ricerca. Negli ultimi anni l’avvento dell’Evidence Based Medicine (EBM) ha rivoluzionato la pratica clinica e il modo di fare ricerca scientifica dei professionisti della salute di tutto il mondo. In questa sezione dedicata alla Ricerca in ambito osteopatico sono raccolti strumenti utili a comprendere l’importanza dello sviluppo della metodologia della ricerca nella professione Osteopatica, sia per gli osteopati che così ottengono informazioni sintetiche della casistica trattata, che per i pazienti, i cui benefici sono misurabili in termini di valutazione degli esiti del trattamento.

Le regole della ricerca

Criteri di ricerca e pubblicazione scientifica in osteopatia

 

a cura di Liria Papa DO BSc Ost Coordinatrice ICOM

Per l’Osteopatia, come per qualsiasi altra disciplina scientifica, la possibilità di pubblicare i risultati delle proprie ricerche su riviste indicizzate è subordinata all’esame di una commissione scientifica interna alla rivista.

Il primo obiettivo che un autore si deve porre è la scelta della rivista indicizzata a cui inviare la propria ricerca.
Questa deve avere un interesse rispetto il campo d’indagine e gli obiettivi della sperimentazione: la pubblicazione di uno studio con precisi criteri aumenta il prestigio della rivista. Ma non solo, l’autore stesso ha interesse che la rivista abbia una visibilità e una credibilità internazionale, ossia sia indicizzata.
Il valore di indicizzazione di una rivista scientifica è stimato sulla base dell’informazioni da due enti internazionali, l’Institute for Scientific Information (ISI) e la National Library of Medicine (NLM).
L’ISI calcola il valore sulla base di specifici criteri bibliometrici, quali l’Impact Factor (IF), l’Immediacy Index, l’Article Counts, la Cited Half Life, che si riferiscono a diversi aspetti della pubblicazione. L’IF è calcolato monitorando per tre anni il numero di pubblicazioni in cui gli articoli di una rivista vengono citati ed è il principale strumento per le case editrici, le università e i ministeri per valutare la produttività e il prestigio dei loro ricercatori.
La NLM, ente statunitense leader mondiale tra le biblioteche d’nteresse medico scientifico, ha creato un archivio informatizzato, Meline, con un motore di ricerca di facile utilizzo PubMed.  Comparire su PubMed offre una vetrina mondiale a chi pubblica il proprio lavoro su una delle sue riviste archiviate ed è allo stesso tempo garanzia del valore scientifico di questo.

Per quanto riguarda l’ambito prettamente osteopatico, l’unica rivista indicizzata e reperibile su PubMed è il Journal of American Osteopathic Associationi (JAOA); molti ricercatori pubblicano sulle maggiori riviste di medicina riabilitativa (Spine, etc) e di altre specializzazioni.


Le riviste scelgono gli articoli da pubblicare sulla base di tre caratteristiche:

  1. Il curriculum del gruppo di ricerca;
  2. Il rispetto dei criteri con cui si strutturano e si eseguono i protocolli di ricerca;
  3. L’impact factor della bibliografia

L’editor decide quali articoli pubblicare, sull’analisi effettuata da una commissione scientifica: le riviste più accreditate richiedono anche l’opinione di consulenti esterni.
Le prime informazioni vagliate sono quelle inerenti l’autore: la maggior parte delle ricerche è frutto del lavoro di più persone, il gruppo di ricerca.
Dall’elenco degli autori si possono desumere diverse caratteristiche sulla qualità dello studio: ambito di competenza del gruppo di ricerca (background  professionale, etc), i centri coinvolti nello studio, il responsabile della ricerca (corresponding author), eventuali paternità regalate.


Quindi viene analizzata la struttura della sperimentazione in tutte le sue sfaccettature:

  • Descrizione dei criteri di inclusione ed esclusione del campione;
  • Dimensione del campione e uniformità;
  • Presenza del gruppo di controllo;
  • Randomizzazione dell’intervento;
  • Riproducibilità dei metodi di misurazione;
  • Descrizione dell’intervento sia nel gruppo di controllo che nel gruppo sperimentale;
  • Descrizione del procedimento di raccolta delle misurazioni;
  • Presenza di cieco;
  • Adeguata analisi statistica (stabilire se presente correlazione tra le due variabili con intervallo di confidenza);
  • Presentazione dei dati statistici attraverso grafici e tabelle;
  • Discussione dei risultati evidenziando gli aspetti positivi e negativi dello studio

Quindi viene presa in considerazione la qualità della bibliografia attraverso la stima l’Impact Factor delle fonti citate.

I gruppi di ricerca in Osteopatia devono rispettare queste norme se vogliono accedere a pubblicazioni scientifiche internazionali.

Le ricerche osteopatiche finora pubblicate a livello internazionale sono studi randomizzati e controllati in singolo cieco che indagano l’efficacia del trattamento osteopatico a confronto con la terapia medica usuale , sensibilità, specificità e concordanza dei test manuali osteopatici, la relazione tra un protocollo di indagine palapatoria o di trattamento specifico e variabili fisiologiche (come pressione arteriosa, spirometria, etc).
Le svariate metodologie di valutazione delle variabili monitorabili si avvalgono con efficacia dei mezzi a disposizione della medicina, come questionari di disabilità o sul dolore, esami strumentali (Rx, TC, RMN, Ecografia), esami posturali standardizzati (stabilometria, podoscopia, filo a piombo).

Pubblicazioni scientifiche prodotte da gruppi di ricerca italiani

Di seguito riportiamo un elenco dei lavori di ricerca osteopatici condotti da gruppi di studio italiani e indicizzati su PubMed.

Studi clinici sperimentali

Gruppi di ricerca in Italia e all’estero

In Italia

Nel mondo

Strumenti per la ricerca

Le scale del dolore

Il dolore si misura in genere attraverso delle scale di valutazione validate:

  • VAS (scala analogico visiva).
    La scala è una retta di 10 cm con due estremità che corrispondono a “nessun dolore” e il “massimo possibile” (oppure il massimo di cui si ha avuto esperienza). E’ uno strumento unidimensionale che quantifica ciò che il malato soggettivamente percepisce come dolore oppure come sollievo nel complesso delle loro variabili fisiche, psicologiche e spirituali senza distinguere quali di queste componenti abbia ruolo maggiore. Istruzioni: Se si intende valutare il dolore o il sollievo riferito ad un periodo la domanda può essere: “ Pensi al dolore e al sollievo dal dolore che può aver provato in quest’ultima settimana appena trascorsa. Per ciascuna delle due voci metta poi un segno sul punto che meglio corrisponde alla sua situazione, rispetto ai due estremi della linea”. La misura è in millimetri. La scala può essere usata anche per quantificare il dolore nel momento presente in cui si visita il malato. La difficoltà per alcuni malati di comprendere le istruzioni per il dolore massimo possibile può essere facilitato chiedendo di ricordare il dolore “più forte” provato nella loro vita (dolore massimo).

VAS scala analogico visiva



  • Scala verbale (descrittiva).
    La scala verbale semplice, sempre unidimensionale, ripropone l’asta di 10 cm in cui la scelta viene facilitata (ma anche condizionata) dalla presenza di aggettivi che quantificano il dolore. Risultati soddisfacenti si ottengono quando vi sono almeno sei livelli di intensità. Istruzioni: Quanto dolore ha provato nelle ultime 4 settimane? Oppure Quanto è il suo dolore che sta provando in questo momento?
    esempio di scala verbale:

scala verbale del dolore



  • Scala numerica (NRS).
    E’ la più utilizzata, grazie alla sua semplicità. Considerando una scala da 0 a 10 in cui a 0 corrisponde l’assenza di dolore e a 10 il massimo di dolore immaginabile, quanto valuta l’intensità del suo dolore? (esempio di scala numerica a intervalli).

scala numerica del dolore



  • Scala a “faccine”
    Si usa prevalentemente nel bambino o nel paziente demente.



    scala del dolore a faccine

Altre valutazioni vengono effettuate mediante questionari sul dolore che valutano l’intensità ma anche l’interferenza del dolore con le attività della vita quotidiana.

MPQ: (McGill Pain Questionnaire) è basato sull’uso di 78 descrittori del dolore che comprendono 3 dimensioni (sensoriale, affettiva e valutativa) e 20 sottoclassi, ciascuna contenente da 2 a 6 aggettivi, in ordine crescente di intensità; alla dimensione sensoriale appartengono 13 sottoclassi, a quella affettiva 5 e a quella valutativa 2. Al paziente viene chiesto di scegliere una parola per sottogruppo ed è anche chiesta l’intensità del dolore attuale su una scala numerico-verbale.
BPI: (Brief Pain Inventory) è basato su scale da 0 a 10 che valutano l’intensità e l’interferenza del dolore con le abituali attività (aree di attività psicosociali e fisiche).

MPAC: (Memorial Pain Assessment Card) comprende una scala verbale semplice con 8 descrittori e 3 VAS per l’intensità del dolore, per il sollievo e per l’umore (non è validata in italiano).
La misurazione si riferisce al “dolore peggiore”, al “dolore più lieve” al “dolore medio” riferiti alle 24 ore precedenti e al dolore presente in questo momento. Contiene anche una valutazione sul sollievo del dolore dallo 0% al 100%.

Cerca pubblicazioni scientifiche in Italia e nel mondo

sezione in allestimento.

Come scrivere un lavoro scientifico

Abstract

Condurre una ricerca scientifica non è un compito semplice, soprattutto in Medicina Osteopatica, richiede molti sacrifici e dedizione, e quando la si porta a termine, spesso, il lavoro rimane “chiuso nel cassetto” o nella memoria del nostro computer.

L’obiettivo di questo lavoro è quello di riassumere in modo chiaro come un lavoro scientifico dovrebbe essere compilato, così da facilitare gli studenti a scrivere le tesi, ed aiutare i professionisti ad avere la possibilità di pubblicare presso le riviste biomediche.
La struttura di base di un articolo scientifico è riassunta nell’acronimo IMReD, che significa: Introduzione, Metodi, Risultati e Discussione.
Prima di iniziare a scrivere è bene focalizzare ciò che si vuole effettivamente comunicare al lettore, e, nell’introduzione, definire lo stato dell’arte sull’argomento scelto e gli obiettivi. Le migliori introduzioni includeranno il riassunto sistematico di tutto il materiale pubblicato e la spiegazione del perché sono necessari nuovi dati. La sezione dei metodi dovrebbe descrivere, in sequenza logica, come lo studio è stato impostato e portato avanti e come sono stati analizzati i dati. La sezione dei risultati risponde alla domanda “che cosa è stato trovato?”. Essa deve descrivere i risultati dello studio descritti nella sezione metodi e, solitamente, non contiene l’interpretazione dei dati o affermazioni che richiedano riferimenti bibliografici. Nelle conclusioni l’autore risponde alla domanda “quindi?”, servono a interpretare i risultati della ricerca e ad inquadrarli nel contesto della letteratura esistente.
L’ordine degli autori, l’accuratezza del titolo e dell’abstract, una bibliografia presentata secondo stili predefiniti sono altri elementi essenziali per la scrittura di un lavoro scientifico.
Questo articolo dovrebbe incoraggiare gli studenti e gli osteopati professionisti italiani ad intraprendere l’attività gratificante di scrivere e trasmettere agli altri le proprie conoscenze.

1. Introduzione

Negli ultimi anni l’avvento della Medicina basata sulle evidenze (EBM) ha rivoluzionato la pratica clinica ed il modo di fare ricerca scientifica dei professionisti della salute di tutto il mondo. Si sta assistendo cioè ad un passaggio da una Medicina basata sulle opinioni ad una Medicina basata sulle prove scientifiche[1].

La professione osteopatica è stata incoraggiata a pianificare e condurre ricerche per rispondere alla crescente domanda di Evidenze cliniche sulle quali basare la pratica[2].

Tali evidenze derivano, in maniera più o meno forte, dai diversi tipi di lavori scientifici che vengono svolti, in un ordine di importanza che può essere riassunto nella fig. 1[3].

Fig. 1 – livelli di evidenza[3]


Condurre una ricerca scientifica non è un compito semplice[4], soprattutto in Medicina Osteopatica[5]; richiede molti sacrifici e dedizione, e quando la si porta a termine, spesso, il lavoro rimane “chiuso nel cassetto” o nella memoria del nostro computer.
Le regole da seguire per scrivere il proprio lavoro sono abbastanza simili per tutti i tipi di ricerca, dal caso clinico alla revisione sistematica della letteratura [fig.2][6].

Fig.2 – varie tipologie di studi scientifici, modificato da Fiorino F.[6]


Non v’è dubbio che gli editor ed i revisori delle riviste giudichino in maniera critica i lavori impostati impropriamente, a prescindere dalla qualità del loro contenuto scientifico[7]. Quindi, nonostante ogni rivista abbia le sue regole e le sue “norme per gli autori”, sempre da consultare prima di inviare il proprio lavoro, è tassativo mettere i contenuti nei contenitori appropriati, in modo tale che le conoscenze possano “uscire fuori dal cassetto”.

2. Obiettivo

L’obiettivo di questo lavoro è quello di riassumere in modo chiaro come un lavoro scientifico dovrebbe essere compilato, così da facilitare gli studenti a scrivere le tesi, ed aiutare i professionisti ad avere la possibilità di pubblicare nelle riviste biomediche.

3. La struttura di un lavoro scientifico

3.1 Prima di iniziare

Prima di sedervi a scrivere una introduzione dovete aver risposto alle domande di base che si applicano a qualsiasi testo:

  1. Cosa ho da dire?
  2. Vale la pena dirlo?
  3. Qual è il giusto formato per il messaggio?
  4. Qual è il tipo di audience del messaggio?
  5. Qual è la giusta rivista per questo messaggio?

Se non avete chiare in testa le risposte a queste domande, il vostro manoscritto – non importa se esso è una notizia giornalistica, un poema o un lavoro scientifico – è probabilmente destinato a non avere successo[8].

L’obiettivo della pubblicazione di un lavoro scientifico è quello di fornire un documento che contenga informazioni sufficienti a consentire al lettore di:

  1. Valutare le osservazioni che voi avete fatto;
  2. Ripetere l’esperimento qualora lo desiderino;
  3. Giudicare se le conclusioni ottenute sono giustificate dai dati.

 

La struttura di base di un articolo scientifico è riassunta nell’acronimo IMReD, che significa:

  • Introduzione (quali domande sono state poste?)
  • Metodi (come sono state studiate?)
  • Risultati (cosa è stato trovato?)
  • Discussione (cosa significano i risultati trovati?)[7].

 

Sin dall’inizio, bisogna tener presente che la stesura di un lavoro scientifico è come un viaggio entusiasmante che garantirà molte soddisfazioni, ma è anche un duro lavoro dove non mancheranno le difficoltà. Iniziare focalizzando subito l’obiettivo finale può aiutare molto, ma è necessario passare almeno per tutti i punti descritti nella tab.1[9].

[mydiv class=”alter_table”]

AttivitàCosa significa
Definisci il tuo “messaggio da portare a casa”Quello che il lettore deve ricordare
Scegli il target della rivistaGuarda i giornali più appropriati per il tipo di audience, e leggi le norme per gli autori
Entra nel clima della scritturaLeggi lavori ben fatti nel tuo campo, trova ispirazione
Imposta i limiti di ogni sessioneNe troppo lunghi, ne troppo brevi
Chiedi commenti (in modo strutturato)Chiedi opinioni per revisionare i diversi contenuti
Revisiona la prima bozzaTagliala, migliorala, controlla la lunghezza, lo stile, la grammatica. Aspira ad uno scritto semplice, chiaro, non ambiguo.
Inizio e fineRicontrolla titolo e abstract, le parole chiave e la bibliografia

[/mydiv]Tab.1 – Il viaggio della scrittura: checklist delle attività essenziali. Rivisto e corretto da Mullinger B[9].

3.2 Introduzione

3.2.1 Spiegate al lettore perché avete intrapreso lo studio
Scopo principale dell’introduzione è quello di spiegare al lettore perché avete intrapreso questo studio. Se avete programmato di fare uno studio su un problema che realmente interessa, allora avrete poche difficoltà. Ma se la ragione principale che vi ha spinto a intraprendere lo studio è quella di avere qualche lavoro in più da aggiungere al vostro curriculum vitae, i lettori lo capiranno immediatamente.Le migliori domande nascono direttamente dalla pratica clinica.

Se chi legge è interessato all’argomento, verrà invogliato a leggere il lavoro; per cui, se avete selezionato appropriatamente la vostra audience e scelto la rivista giusta dovreste incontrare interesse.
Più spesso però costruirete il vostro lavoro sulla base di lavori scientifici già pubblicati. A questo punto diviene essenziale chiarire in che modo il vostro lavoro aggiunga qualcosa di importante a quanto già pubblicato.

3.2.2 Spiegate cosa aggiunge di nuovo il vostro lavoro
Gli editor non pubblicheranno e i lettori non vorranno leggere studi che ripetono semplicemente ciò che è già stato fatto molte volte. Perciò non dovreste intraprendere uno studio o scrivere un lavoro a meno di non essere sicuri che esso aggiunga qualcosa di significativo a quanto già pubblicato.

Di regola non è semplice spiegare in che modo il nostro studio sia migliore dei precedenti; si è spesso tentati di criticare in dettaglio ciò che è già stato pubblicato. Questa tentazione nasce dalla serietà dello studio e dalle ore spese in biblioteca a cercare e leggere ogni studio pubblicato sull’argomento. Le migliori introduzioni includeranno il riassunto sistematico di tutto il materiale pubblicato e la spiegazione del perché sono necessari nuovi dati. La tendenza a riassunti sistematici è uno degli sviluppi più importanti nella scienza e nel lavoro scientifico negli ultimi vent’anni.
Quando si intraprende una review sistematica l’autore pone una chiara domanda, si impossessa di tutte le informazioni rilevanti (pubblicate in qualsiasi voglia lingua o non pubblicate), sintetizza le informazioni rimanenti e infine ne trae le conclusioni. L’intraprendere una review di questo tipo comporta chiaramente uno sforzo notevole, ma questo è idealmente quello che bisognerebbe fare prima di iniziare un nuovo studio. Dovreste quindi intraprendere lo studio solamente se non vi è già una risposta alla domanda che vi siete posti e se il vostro studio contribuirà in misura importante a produrla.
Nell’introduzione dovreste includere un breve accenno alla ricerca. A questo punto i lettori comprenderanno appieno in che modo il vostro studio si inserisce tra le pubblicazioni esistenti e in che modo riveste importanza. Dovete resistere alla tentazione di impressionare i lettori facendo un riassunto di tutti i lavori compiuti in precedenza, ma dovete concentrarvi sugli studi migliori che sono più vicini al vostro. Bisogna evitare di ripetere il materiale che è in tutti i libri di testo e che i vostri lettori conoscono. Di conseguenza, in un lavoro sulla prevenzione dell’osteoporosi da parte della vitamina D, non avrete bisogno di spiegare che cosa sia la vitamina D o l’osteoporosi. Potete dare tuttavia un’idea dell’importanza del problema fornendo dati sulla prevalenza dell’osteoporosi, sui ricoveri ospedalieri e sui costi nazionali del problema.
Spiegate l’impostazione dello studio ma non le conclusioni nell’introduzione[8].

3.3 Metodi

La sezione dei metodi dovrebbe descrivere, in sequenza logica, come lo studio è stato impostato e portato avanti e come sono stati analizzati i dati.

3.3.1 Testare le ipotesi
Quando i lettori arrivano alla sezione dei metodi spesso vogliono trovare molto di più di una semplice descrizione dell’apparecchiatura utilizzata. Se il vostro studio è descrittivo avrete bisogno di rispondere alle domande “chi, cosa, perché, quando e dove?”.
Se l’obiettivo del vostro studio è di rispondere a una domanda dovete stabilire esattamente quale ipotesi è stata testata – per esempio, che un determinato evento porti a un prolungamento della sopravvivenza o a un miglioramento dei risultati. Ciò viene verificato dando per scontato che l’ipotesi nulla sia vera. I risultati osservati sono utilizzati per determinare quanto sia attendibile questa ipotesi, cioè la possibilità che l’intervento sia senza effetto.
Il calcolo di quanto sia la possibilità (valore p) deve essere per provare che l’ipotesi nulla non sia vera dovrebbe essere identificato chiaramente come lo “scopo” dello studio. Uno studio su due tecniche manipolative può confrontare la velocità della cura: l’ipotesi nulla è che non vi sia differenza per quanto riguarda la velocità di cura. Un valore p inferiore a 0,05 (per un totale di probabilità uguale a 1) significa che un valore inferiore a questo proverà che l’ipotesi nulla non è vera. Molti lavori semplicemente dicono, in maniera adeguata, “p<0,05 è stato considerato significativo”.
L’altro lato della medaglia spesso trascurato in merito al calcolo delle probabilità è la potenza dello studio. I lettori non dovrebbero essere incoraggiati a credere che se l’ipotesi nulla è sopravvissuta ai vostri tentativi di distruggere la sua credibilità, non vi è differenza significativa tra i due gruppi. L’esito negativo può essere vero o falso: voi non avete mostrato che i vostri metodi sono sufficienti a testare l’ipotesi nulla. I vostri metodi dovrebbero possibilmente dare una stima della validità dello studio per trovare ciò che state cercando così che il lettore possa valutare la possibilità di un risultato falsamente negativo. Questo è espresso come l’errore β. Il valore che voi scegliete può dipendere da fattori come la precisione della risposta necessaria e le conseguenze pratiche di una conclusione errata, ma è comunemente 0,2, che implica un valore di 0,8(80%), per evitare un risultato falsamente positivo. In pratica la potenza di uno studio dipende dalla misura dell’effetto, dalla variabilità dei dati e dal numero delle osservazioni.
Cercate di definire sempre l’ipotesi a priori, per lo meno per dimostrare che avete raccolto dati appropriati e rilevanti e che avete compiuto i test statistici corretti.

3.3.2 Analisi statistica
Fornite sempre i test utilizzati per analizzare statisticamente i dati, con un riferimento bibliografico adeguato se il test non è ben conosciuto. Fornite anche il nome e la versione del software utilizzato per l’analisi statistica (per es. SPSS v14.0, SPSS Inc, Chicago,IL).

3.3.3 Impostazione dello studio
In questa sezione deve essere descritto esplicitamente il metodo utilizzato. Si devono descrivere gli aspetti specifici come la randomizzazione bloccata (per ottenere gruppi di grandezza più o meno simili) e la stratificazione (per ottenere un bilanciamento delle variabili confondenti come, per esempio, età o sesso di ciascun gruppo). Gli autori spesso scelgono forme di randomizzazione errate come i casi alternati, il numero del dipartimento, la data di nascita e così via. I metodi corretti utilizzano le tavole di numeri random o i metodi delle buste chiuse. In uno studio che coinvolge la valutazione in cieco potete avere la necessità di descrivere come il valutante è stato tenuto all’oscuro del tipo di trattamento.
Se l’impostazione dello studio è complessa o se è stata compiuta una sequenza complicata di interventi potrebbe essere utile un diagramma. Potete aiutare i lettori utilizzando nomi espliciti per le diverse parti dello studio in modo tale che essi possano seguire meglio i risultati; i nomi o addirittura le iniziali sono preferibili per indicare i gruppi o gli eventi rispetto alla numerazione 3,4,5, ecc.

3.3.4 Soggetti e materiali
I lettori vogliono sapere come sono stati reclutati e scelti i soggetti della ricerca. I volontari sani, possibilmente di sesso maschile e, se di sesso femminile, possibilmente non gravide, possono non riflettere le diverse circostanze cliniche che si possono utilizzare durante l’utilizzo di un trattamento. Si deve dare una indicazione di quali stati patologici sono stati esclusi e come queste malattie sono state definite e diagnosticate. Può essere utile una lista dei criteri di inclusione e di esclusione stabiliti nella domanda di approvazione al comitato etico.

Nonostante molte riviste indichino che l’approvazione etica sia un prerequisito per l’accettazione, può essere necessario specificare alcune caratteristiche etiche dell’impostazione dello studio. Per esempio, potete avere necessità di descrivere alcuni dei problemi pratici per ottenere il consenso informato oppure per ottenere un trattamento comparativo soddisfacente. Prendete nota dei soggetti eleggibili che sono stati contattati e chiedetevi: sono diversi da quelli che sono stati arruolati nello studio?
Deve essere descritta la forma esatta del trattamento utilizzato in modo che esso possa essere riprodotto. Se i metodi, gli apparecchi o le tecniche sono ampiamente conosciuti o possono essere trovati in un testo di base – lo sfigmomanometro random zero o lo spirometro Vitalograph, per esempio – allora non sono necessarie ulteriori informazioni. Apparecchi meno conosciuti dovrebbero essere descritti specificando il nome, il tipo, il produttore ed eventuali riferimenti bibliografici.
L’apparecchio utilizzato deve essere descritto con particolari sufficienti a permettere al lettore di essere sicuro dei risultati da voi riportati. L’apparecchio era adatto, sufficientemente sensibile, specifico nella sua misurazione, riproducibile e accurato?
Considerazioni simili sulla descrizione adeguata si applicano ad altri metodi di valutazione e di follow-up, come ad esempio i questionari, che dovrebbero essere validati[10].

Cosa inserire nella sezione Metodi:

1. Come è stato impostato lo studio:

    • La descrizione deve essere breve
    • Spiegare come è stata fatta la randomizzazione
    • Utilizzare denominazioni per identificare parti della sequenza dello studio.

2. Come è stato svolto lo studio

    • Descrivere come sono stati reclutati e scelti i soggetti
    • Indicare le ragioni per l’esclusione di soggetti
    • Considerare di menzionare le caratteristiche etiche
    • Dare dettagli accurati dei materiali utilizzati
    • Dare i dosaggi esatti
    • Fornire l’esatta forma del trattamento e dettagli accessibili sulle apparecchiature non comuni.

3. Come sono stati analizzati i dati

    • Usare un valore p per provare che l’ipotesi nulla non è corretta
    • Dare una stima del potere dello studio (la probabilità di un falso negativo – l’errore β)
    • Indicare i test esatti per l’analisi statistica.

4. La sezione metodi è in grado di rispondere a queste domande

    • Il testo descrive quale domanda è stata posta, che cosa è stato testato e quanto sono veritiere le misurazioni della variabile considerata?
    • Queste misurazioni fedeli sono state registrate, analizzate e interpretate correttamente?
    • Un lettore sufficientemente qualificato sarebbe in grado di ripetere l’esperimento allo stesso modo?

3.4 Risultati

La sezione dei risultati risponde alla domanda “che cosa è stato trovato?”. Essa deve descrivere i risultati dello studio descritti nella sezione metodi e, solitamente, non contiene l’interpretazione dei dati o affermazioni che richiedano riferimenti bibliografici. Essa è composta di parole (che raccontano la storia), tabelle (che riassumono le evidenze), figure (che evidenziano i dati principali), informazioni di statistica (che supporta le affermazioni).Ponete speciale attenzione a due parti della struttura generale. In primo luogo, se possibile, la sezione risultati deve essere breve ed essenziale. Riportate solo i risultati che sono rilevanti circa la domanda e l’ipotesi poste nell’introduzione. Secondo, organizzate la presentazione dei risultati. Strutturate il vostro testo come se steste raccontando una storia al lettore. Iniziate in modo cronologico e continuate logicamente sino alla fine. Guidate il lettore attraverso la storia utilizzando una miscela di testo, tabelle e figure.

3.4.1 Tabelle e figure: considerazioni generali
Ricordate che molti lettori tendono a sorvolare sul testo o leggerne solo una parte; preferiscono guardare le tabelle e le figure. Di conseguenza, è importante che tabelle e figure abbiano un forte impatto visivo, che siano esaustive, di facile comprensione e che possano essere  separate dal testo senza problemi. I lettori devono essere in grado di interpretarle senza bisogno di fare riferimento al testo o ad altre figure o tabelle. Tutto questo richiede un attento design, delle legende per le figure che siano informative, lo stesso vale per i titoli e le didascalie delle tabelle.

3.4.1.1 Tabelle
Tutte le tabelle sono strutturate allo stesso modo, con quattro parti principali: titolo, colonne intestate, corpo e note.
Il titolo deve essere breve e chiaramente correlato al contenuto della tabella. Utilizzate le abbreviazioni dell’international system of units (SI) per le unità di misura. Il corpo della tabella consiste di colonne (argomenti e dati in verticale) e righe (argomenti e dati in orizzontale). La colonna sulla sinistra elenca gli argomenti (solitamente le variabili indipendenti) per i quali sono elencati i dati, quella di destra elenca i dati corrispondenti. Le tabelle sono un mezzo visivo, di conseguenza indicate le differenze statisticamente significative tra i dati ponendo dei simboli (ad esempio asterisco *).
Sebbene certi aspetti del formato delle tabelle differiscano tra le varie riviste, esistono alcuni standard generalmente accettati. Tre linee orizzontali vengono solitamente utilizzate per separare le parti della tabella: una sopra le colonne intestate e una sotto quella dei dati (per separare il corpo della tabella dalle note). Nelle tabelle con sottointestazioni vengono utilizzate corte linee orizzontali per raggruppare le sottointestazioni sotto la rispettiva intestazione.

Esempio di tabella:
Risposte cardiovascolari all’induzione dell’anestesia e alla sternotomia

 

3.4.1.2 Figure
Scopo principale delle figure presenti nella sezione risultati è presentare l’evidenza che supporta i risultati – sia come evidenza primaria (ad esempio, elettrocardiogrammi o radiografie), sia come dati numerici (ad esempio, grafici o istogrammi).
Presentate il risultato principale se è rappresentativo del tipo di dato che avete ottenuto o quando volete mostrare la qualità della vostra acquisizione dati. Ad esempio, un lavoro che descriva uno studio sul flusso coronario, in aggiunta ai dati in forma numerica (ad esempio, grafici, tabelle) potrebbe mostrare una coronarografia rappresentativa.
La legenda di una figura è una frase descrittiva che viene posta accanto a questa. È essenziale che renda comprensibile la figura senza che il lettore abbia bisogno di fare riferimento al testo.

3.4.1.3 Statistica
Riportare solo i dati principali come riassunto nella tab.3[9].

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Dati parametriciMedia e Deviazione Standard(DS), per es. 22.1 ± 3.2 (DS) gradi
Dati non parametriciMediana e Range interquartile, per es. 5 (3-12) ore
Dati parametrici o
non parametrici
Sample size (forza del campione)Test statistici utilizzati (per es. t-student, mann-whitney,etc…)p-value (per es. p=0.03 e non p<0.05 tranne per p<0.0001)oltre al p-value, riportare l’intervallo di confidenza(IC), solitamente al 95%

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Tab.3 Analisi dei risultati, cosa va riportato?[9]

La sezione dei risultati è la più facile da scrivere. L’introduzione ha definito le domande, i metodi e le strade utilizzate per ottenere le risposte. Decidete durante l’impostazione dello studio come dovranno essere rappresentati i risultati. Ricordate di seguire il disegno generale della sezione risultati: il testo dovrebbe raccontare la storia, le tabelle riassumeranno l’evidenza, le figure mostreranno i punti chiave e l’analisi statistica dovrebbe supportare le vostre affermazioni[11].

3.5 Discussione

Sinora avete risposto a tre domande: “perché abbiamo intrapreso lo studio?” (introduzione), “come lo abbiamo fatto?” (metodi) e “cosa abbiamo trovato?” (risultati).
È arrivato il momento di mettere tutto in un contesto che ci porta alla quarta domanda: “quindi?”.
Attenetevi il più strettamente possibile al formato usuale di una sezione di discussione di una rivista scientifica. Quando consultate una rivista medica troverete che, in generale, questa contiene sette o otto paragrafi di tre o quattro frasi ognuno.

3.5.1 Inizio della discussione
Potete iniziare in vari modi. In primis potreste iniziare con un riassunto dell’argomento oggetto di studio. In alternativa, potete tentare i lettori a continuare la lettura spiegando perché il vostro studio è speciale.

3.5.2 Riassunto della letteratura
Non ripetete quanto già detto nell’introduzione del vostro lavoro. Decidete quali delle voci bibliografiche rimanenti abbia usato i metodi migliori e mettetele al centro della vostra revisione. Dovreste citare sia i dati che vi contraddicono sia quelli che vi supportano ed analizzare cosa potrebbe aver causato qualsiasi disparità.

3.5.3 Presentate il vostro studio
Successivamente dovreste riferire i vostri risultati (senza ripeterli in dettaglio) evidenziando quello che essi aggiungono allo stato dell’arte e come possano essere interpretati. Dovreste riportare qualsiasi dubbio che possa insorgere sulla validità dei vostri dati, specialmente in presenza di fattori confondenti e di qualsiasi intervallo di confidenza molto ampio esposto nell’analisi statistica riportata nella sezione dei risultati. Dovreste spiegare le implicazioni pratiche della vostra ricerca: come i vostri dati potrebbero cambiare la diagnostica di precisione, l’assistenza clinica o la comprensione di aspetti epidemiologici.
Alcune riviste, come il BMJ, possono chiedere di riassumere questa sezione in un quadro che risponda alle domande “cosa realmente si conosce su questo argomento?” e “cosa porta di nuovo questo studio?”.

3.5.4 Chiusura
Tentate di chiudere con un botto e non con un piagnucolio. Albert, che insegna scrittura medica, puntualizza che quasi tutti i lavori scientifici finiscono in tre modi: “forse … possibilmente”, “sono necessarie ulteriori ricerche …” e un “altro problema risolto”. Se credete di poter riportare l’ultima di queste frasi il vostro lavoro dovrebbe essere vincente. La via di mezzo non deve essere disprezzata, dal momento che molti lavori pongono più domande rispetto alle risposte che danno. I lavori peggiori sono quelli che finiscono con la prima alternativa. Questo non significa che dati negativi siano meno importanti rispetto a quelli positivi: lo scoprire che i vostri dati non supportano l’ipotesi originale è una conclusione perfettamente accettabile, ma il non essere in  grado di stabilire se i dati ottenuti supportino o meno l’ipotesi non è accettabile.
I lavori più indisponenti sono quelli nei quali le conclusioni non sono supportate dai dati. Non è insolito iniziare un progetto di ricerca con la speranza di trovare una risposta particolare; tuttavia, se tali dati non vi arrivano, non dovete cedere alla tentazione di mascherarli per raggiungere le conclusioni che desideravate.

3.5.5 Trasmissione del messaggio e ringraziamenti
Dopo che avete descritto la vostra prima versione chiedetevi (o chiedete ad un amico) se siete stati in grado di trasmettere il messaggio.
Dopo aver concluso la discussione potete aver bisogno di inserire dei ringraziamenti a coloro che hanno reso possibile la conclusione del progetto. Essi dovrebbero comprendere tutti i finanziatori della ricerca, anche se in alcune riviste questa informazione viene pubblicata separatamente per il rischio che esista un conflitto di interessi (può essere necessaria una dichiarazione sul conflitto di interessi). Gli autori garbati ringraziano i pazienti o i volontari, così come le persone che hanno fornito un supporto tecnico o statistico[12].

Tab.4 Cosa inserire nella sezione “discussione”[12].

Riassunto

  • Conformarsi allo stile della rivista
  • Tre modi per iniziare: mini seminario, dati principali o evidenziazione delle differenze
  • Riassumere le pubblicazioni precedenti che siano rilevanti e importanti
  • Inserite i vostri risultati nel contesto
  • Menzionate i dubbi, le debolezze e i fattori confondenti
  • Tre modi per concludere: problema risolto, necessità di ulteriori studi o conclusioni incerte

3.6 Titolo, abstract e autori

3.6.1 Titolo
Il titolo è importante. Consideratelo come un elemento fondamentale del vostro lavoro che descrive al lettore l’argomento del vostro studio e che lo incoraggia a dedicare il suo tempo a leggerlo. I titoli devono essere funzionali a questo scopo, diretti e chiari. Usate un linguaggio semplice. Il titolo deve essere conciso, facile da ricordare e informativo.

Controllate se:

    • È accurato?
    • Può in qualche modo confondere?
    • Contiene le parole chiave essenziali?
    • È interessante?

Il titolo potrebbe essere la sola parte del lavoro che verrà letta, di conseguenza assicuratevi che incoraggi il lettore a continuare nella lettura.

 

Requisiti essenziali per formulare un titolo [mydiv class=”alter_table”]

Concisione e precisione
Informazione e descrizione
Chiarezza e rappresentatività
Specificità (ad esempio, comprendere il tipo di studio e i numeri, se grandi)
Appropriatezza delle parole (per la classificazione)
Interessante, non noioso

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Tab. 4 Requisiti essenziali per formulare un titolo

3.6.2 Abstract
Gli abstract sono solitamente l’unica parte del lavoro liberamente disponibile nelle banche dati elettroniche ed è quella che viene letta dalla maggior parte delle persone. È cruciale, di conseguenza, riassumere in 200-300 parole il vostro lavoro.
Attualmente gli abstract strutturati rappresentano la norma per le pubblicazioni che descrivono ricerche originali. La struttura richiede agli autori di riassumere sistematicamente il loro studio rivelando il contesto, gli obiettivi, il disegno, l’ambito in cui si è svolto lo studio, i partecipanti, gli interventi, le principali misurazioni, i risultati e le conclusioni. La struttura degli abstract è basata  sullo standard IMReD per la strutturazione di un lavoro completo, ma è più dettagliata (disegno, struttura nella quale è avvenuto lo studio, partecipanti e interventi sono, ad esempio, sottosezioni dei metodi); in questo modo l’autore è costretto ad includere i dettagli essenziali nel testo.

3.6.3 Autori
Le linee guida di Vancouver stabiliscono che: “ogni autore dovrebbe aver partecipato al lavoro in modo sufficiente a potersi prendere la responsabilità pubblica dei suoi contenuti” e che la paternità dovrebbe basarsi su contributi sostanziali circa:
Concezione e disegno dell’analisi e interpretazione dei dati;
Stesura dell’articolo o revisione critica di questo con importanti contributi intellettuali;Approvazione finale della versione che dovrà essere pubblicata. Gli autori devono soddisfare tutti e tre i criteri, tutti gli altri contributi, comprendendo anche la raccolta dei dati, dovrebbero essere menzionati nei ringraziamenti.Le linee guida di Vancouver suggeriscono che non ci dovrebbero essere interferenze nell’ordine degli autori. La posizione di primo autore è sempre ambita. Il primo autore è probabilmente quello che ha scritto il lavoro, il secondo e il terzo sono probabilmente coloro che hanno fornito i contributi più significativi. L’ultimo autore è solitamente il “pezzo da novanta” ed è probabilmente, ma non sempre, il garante.
Ecco perciò la necessita di fornire dettagli sul ruolo degli autori[13].

3.7 Bibliografia

I riferimenti bibliografici del vostro lavoro sono le fondamenta sulle quali è stato costruito. Esse forniscono il background scientifico che giustifica la ricerca intrapresa e i metodi utilizzati. Essi vi forniscono il contesto nel quale la vostra ricerca dovrebbe essere interpretata, e non dovrebbero essere cercati dopo che il vostro progetto di ricerca è già stato deciso. La ricerca delle voci bibliografiche e la lettura di quelle più importanti dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi progetto di ricerca. Int raprendere una ricerca per confermare i dati di un altro studio è naturalmente giustificato. È inutile, invece, spendere molto tempo e fatica solo per scoprire che i vostri dati erano già ben noti e che erano già stati confermati da numerosi studi precedenti. In alcuni casi gli studi dovrebbero essere considerati non etici, se eseguiti su animali, volontari o pazienti, senza portare a nuove conoscenze o nuovi sviluppi.

3.7.1 Formati bibliografici
Esistono due formati principali per la bibliografia: il formato Vancouver e il formato Harvard. Il primo viene sempre di più scelto per la letteratura scientifica. Esso è nato da un incontro informale di un gruppo di editor di riviste mediche tenutosi a Vancouver nel 1978Nel formato Vancouver le voci bibliografiche sono numerate consecutivamente secondo l’ordine di citazione nel testo e vengono identificate da numeri arabi fra parentesi.Nel formato Harvard, le voci bibliografiche vengono citate nel testo ponendo il nome del primo autore e l’anno di pubblicazione, tutto fra parentesi. Quando più voci bibliografiche vengono citate assieme, dovrebbero essere elencate in ordine cronologico, separate da punto e virgola. Nella bibliografia i riferimenti sono ordinati in ordine alfabetico, per autore.

Esempio di bibliografia per articoli su riviste:

Mullinger B. Manuscript preparation and publication for would-be writers: An aid to disseminating osteopathic research. International Journal of Osteopathic Medicine, 2007; 10: 56-64

(Cognome e iniziale del nome degli autori. Titolo per esteso del lavoro. Titolo della rivista e anno di pubblicazione; numero del volume: prima ed ultima pagina dell’articolo).

    Esempio di bibliografia per articoli per monografie:

    Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica, 2005

    (Cognome e iniziale del nome degli autori. Titolo per esteso del volume. Numero di edizione. Città sede della casa editrice: Editore, anno di pubblicazione).

      Esempio di bibliografia di un capitolo di un libro scritto da autori diversi:

      Howell S. Bibliografia. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005

      (Autore del capitolo, titolo del capitolo, autori o editor del libro, titolo del volume, Numero di edizione. Città sede della casa editrice: Editore, anno di pubblicazione).

        Ottenere i lavori più significativi è importante ma occorre anche leggerli! Una bibliografia approssimativa suggerisce un senso di trascuratezza e può incoraggiare i revisori ad essere più critici[14].

        4. Conclusioni

        Scrivere un lavoro scientifico non è semplice, ma neanche incredibilmente difficile. Chiunque abbia completato in modo soddisfacente un progetto di ricerca sarà ugualmente in grado di prepararne la stesura[9].
        Di tutte le ricerche svolte nella nostra professione, solo pochissime vengono diffuse e pubblicate, e, spesso, non sono neanche quelle più valide. Questo articolo dovrebbe incoraggiare gli studenti e gli osteopati professionisti italianiad intraprendere l’attività gratificante di scrivere e trasmettere agli altri le proprie conoscenze.
        Un manoscritto di buona preparazione è importante per rispondere alla necessità della professione di costruire prove scientifiche solide, da riversare nella  pratica clinica di tutti i giorni per migliorare la cura del paziente.

        5. Bibliografia

        1. PETRACCA M. La ricerca in osteopatia: evidenze e difficoltà. Osteopatia clinica 2010;2:20-25.
        2
        . Ernst E, Canter PH. A systematic review of systematic reviews of spinal manipulation. J R Soc Med 2006;99:192–6.
        3. Straus SE, Richardson WS, Glasziou P, Haynes RB. Evidence-Based Medicine: How to Practice and Teach EBM. 3rd ed. Edinburgh: Elsevier Churchill Livingstone; 2005.
        4. Lucas N, Moran R. Is osteopathy research relevant? A challenge has been made. Int J Osteopath Med 2006;9:75–6.
        5. Petracca M. La ricerca in osteopatia: evidenze e difficoltà. Osteopatia clinica 2010;3:18-24.
        6. Fiorino F. Metodologia della Ricerca in Medicina. Palermo: COFESE Edizioni; 2006
        Disponibile su:
        http://www.unipa.it/cdlinferm/documenti/lezioni/metodologiadellaricerca_fiorino.pdf
        7. Hall GM. Struttura del lavoro scientifico. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        8. Smith R. Introduzione. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        9. Mullinger B. Manuscript preparation and publication for would-be writers: An aid to disseminating osteopathic research. International Journal of Osteopathic Medicine, 2007; 10: 56-64.
        10. Drummond GB. Metodi. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        11. Priebe HJ. Risultati. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        12. Marcovitch H. Discussione. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        13. Moss F. Titolo, abstract e autori. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.
        14. Howell S. Bibliografia. In: Hall GM. Come scrivere un lavoro scientifico. III Edizione. Torino: Edizioni Minerva Medica; 2005.

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