Dall’inizio della mia avventura, sofferta e faticosa (smontavo dopo la notte o montavo di notte in Pronto Soccorso nei giorni del seminario di osteopatia alla C.E.R.D.O. per non avere problemi con i colleghi nel mio reparto di Chirurgia dove ho lavorato dal 1992 al 2001), ho tenuto in mente solo una cosa: che avrei avuto la possibilità di capire di più. Durante gli anni successivi ne ho avuto la conferma. Sopratutto capire di più attraverso, non solo le nozioni delle quali avevo sentito parlare e di cui avevo anche timore quasi potessero modificare il mio modus operandi, ma anche attraverso l’uso più completo della mano, sviluppandone la sensibilità e l’intenzione terapeutica.
Palpare chirurgicamente un addome, cogliendone gli elementi e inducendo terapeuticamente un movimento, quindi andare oltre la riduzione di un’ernia inguinale “intasata” per sentire la densità del tessuto/i, di una struttura/e, di una zona/e o di una regione anatomica intera.
Se, al fine dell’osservazione clinica, è importante avere una visione ampia e “intelligente”, che colga le correlazioni dell’insieme, per interagire con i pazienti ci si dovrà affidare soprattutto alla mano.
Il toccare, l’utilizzare la mano come strumento che riceve informazioni, non può prescindere dalla sua educazione, dal suo affinamento e dall’oggettivazione con altri sensi (vista, udito ad esempio) o altri modi per confermare o per smentire ciò che definisco il “sentire”.
La mano quindi è lo strumento che permette l’integrazione tra il riconoscimento dei punti di repere, la loro valutazione qualitativa, la loro risposta ad uno stimolo che da tattile può diventare anche uditivo (i.e. percussione), oltre che vibrazionale, e la successiva formulazione di una diagnosi; purtuttavia la “mente” non deve condizionare la palpazione, ma essere piuttosto un “sentire” più che un “interpretare”.
Nella storia della medicina, di qualsiasi disciplina medica, è la mano l’elemento fondamentale nella comprensione di ciò che è la qualità peculiare di quel distretto, di quell’organo o struttura nello specifico paziente.
La mia anima chirurgica ha però compreso come mancasse qualcosa nel percorso di educazione osteopatica e, a partire dalla fine degli anni ’90, ho iniziato a verificare, attraverso l’imaging ecografico, cosa provocasse il trattamento osteopatico sull’organo-contattato e poi, negli anni successivi sino ai più recenti, che cosa avvenisse a “distanza”.
Per me “l’osteopatia integrata” è la necessità di mettere l’osteopatia sullo stesso piano delle altre terapie e metodiche d’indagine e consentire due momenti: condivisione e integrazione.
L’interplay tra osteopatia e le altre terapie e metodi d’indagine diviene fondamentale nel concetto che questo sia “buon fattore per l’ottimizzazione delle sinergie tra la diagnostica e la terapia”.
Nel nostro modo di operare la mano è, dunque, elevata a strumento di eccellenza. Strumento che neppure la sonda ecografica può sostituire completamente, anche se sicuramente completa e integra.
La mia metodica F.US.A.E. (Fascial_motion UltraSonographic Anatomic Evaluation) è seguita alla precedente analisi ecografica sviluppata nei primi anni di “ricerca” iniziati nel 2002 e denominata D.US.T.A. (Dynamic UltraSonographic Topographic Anatomy) che ho io stesso definito, teorizzato e costruito, per coniugare gli aspetti funzionali con quelli disfunzionali osteopatici. Da qui trovano estensione i miei concetti di sliding e restrizione di motilità, poi ancor di più nelle fasce e nell’interstizio (il “nuovo organo” definito da una pubblicazione del 27 marzo 2018 in Scientific Reports dal titolo “Structure and Distribution of an Unrecognized Interstitium in Human Tissues”), al confine tra gli elementi strutturali fasciali con quelli organici, studiando i movimenti di alcuni organi anatomici parenchimatosi (rene e fegato) al fine di coglierne elementi indicativi e predittivi per le principali affezioni dolorose.
Giunti a questo punto, ritengo sia di fondamentale importanza e utilità per il mondo osteopatico integrare gli aspetti palpatori con quelli di imaging (i.e. fMRI; ecografia dinamica).
Non possiamo discutere solo del fatto che vi sia efficacia, ma dobbiamo cercare di capire il perchè. Questo permette la ripetibilità della tecnica e la sua riproducibilità. In particolare, sono importanti per la valutazione le tensioni fasciali e viscerali e come esse stesse mutino e si modifichino nel tempo e nei modi in funzione di moltissimi elementi che spesso vengono da noi stessi non considerati (i.e. Ca++ nelle variazioni tra fasi sol e gel della matrice connettivale extracellulare, l’interstizio, le fasce).
Le tensioni, gli incrementi della densità (ritrovabile anche nel modello T.A.R.T. da taluni osannato e da altri criticato) spesso non hanno correlazione “classica” o sono facilmente correlate con aspetti della medicina diagnostica, pur dovendo considerare che la diagnosi d’esclusione e, in particolar modo, l’osservazione ecografica dinamica e funzionale permettono di riscontrare elementi utili nel trattamento di alcune tra le più frequenti situazioni oggetto di trattamento della Terapia e Medicina Manuale Osteopatica.